Bridget Jones’s Baby è al cinema!
L’eroina pasticciona che tutti amiamo è tornata a far danni.
Ecco la recensione di My Red Carpet.
Tutto cominciò il 1° Gennaio del suo trentaduesimo compleanno da single, durante un gelido inverno e la solita festa in famiglia. L’ennesimo tentativo da parte di sua madre di appiopparle un noiosone di mezza età con i “capelli a cespuglio” (cit.). Quel gennaio, però, c’erano anche i “Darcy” e la sua vita cambiò.
Ma quanto tempo è passato dal primo capitolo della saga? Ben 12 anni e tra un pasticcio e l’altro la nostra Bridget Jones è tornata al cinema con una nuova “disavventura” e noi eravamo pronti a farci travolgere dal divertimento. Il divertimento ci ha travolti, ma con un po’ di amaro in bocca.
 
Bridget Jones è da sempre l’idolo delle single di tutto il mondo perché è sempre stata una normale ragazza di città che sogna l’amore, fuma, beve e indossa twin-set inguardabili. Si innamora tendenzialmente di “bastardi” e rimane ferita, lotta quotidianamente contro la bilancia, soffre di incontinenza verbale, ha amici svitati come lei e quando esordì nel 2001 (anno di uscita de Il Diario di Bridget Jones) diventò subito un’eroina atipica. Tutto questo grazie ad una sceneggiatura perfetta (la genesi dei personaggi di Helen Fielding, romanzo da cui era tratta la pellicola, attingeva, ricordiamolo, al capolavoro di Jane Austen, Orgoglio e Pregiudizio), interpretazioni impeccabili e una colonna sonora indimenticabile. Bridget Jones’s Diary non solo riuscì ad entrare nei cuori del pubblico che, si sa, è sovrano, ma raggiunse anche i consensi della critica e degli addetti ai lavori tanto da far guadagnare a Renée Zellweger una nomination agli Oscar® come Migliore attrice protagonista.
 
Come vi abbiamo anticipato qualche paragrafo fa, sono trascorsi diversi anni dal primo film e, vuoi il nostro spirito nostalgico, vuoi anche la promozione che è stata fatta nei mesi che hanno preceduto l’uscita della pellicola, le aspettative erano molto alte. 
Aspetti negativi e aspetti positivi si alternano nelle nostre considerazioni finali, forse perchè abituati a stardand qualitativi molto alti garantiti dai primi due film della serie.
 
Partiamo dal presupposto che in Bridget Jones’s Baby ritroviamo una protagonista cambiata solo fisicamente, in apparenza. Quel che però a noi è sembrato è che la contestualizzazione della commedia ai giorni nostri strida un po’ con l’intento di voler conservare gli ideali dei primi anni 2000. La trasformazione di Renée Zellweger, purtroppo, non rende giustizia all’anima del personaggio e, nonostante, i nobili intenti di farla sentire una “zitella” in versione 2.0 (da lei definita ZILF), il risultato è poco credibile, perlomeno non quanto nei primi capitoli. Forzata è la storia, forzata la narrazione e forzato è il finale.
 
Bridget oggi ha 43 anni e la sua vita è sempre divisa fra due uomini, l’intramontabile Mark Darcy e il miliardario Jack Qwant
Questa volta, però, il pasticcio è un più grande: Bridget, afflitta da un attimo di vulnerabilità, vedendosi l’unica donna single tra i suoi amici e senza figli, cede prima alle avances di Patrick Dempsey (mica scema) e, a distanza di circa 10 giorni, capitola fra le braccia di Colin Firth (mica scema, due volte), amore storico, perso, ritrovato, perso e di nuovo ritrovato. Cosa succederà? Succede quello che il titolo ci suggerisce, Bridget avrà un bambino. Già, ma chi sarà il padre?
 
Il cuore pulsante del film è proprio questo, affrontare questa gravidanza in un’apparente solitudine e combattuta tra due sentimenti: il vecchio ed intramontabile Mark, il nuovo e poco convincente Jack. 
Appronfondendo proprio i personaggi principali, non ce ne vogliano i fans di Grey’s Anatomy, ma il Dottor Stranamore non regge il confronto con il gigante Hugh Grant. Quello che aveva realmente funzionato nel primo e secondo film della saga era proprio l’antagonismo dei due protagonisti maschili, il talento british di Grant e Firth e l’eterna lotta tra il bene e il male. 
Questo Jack Qwant, interpretato da Patrick Dempsey, francamente, ci sembra essere stato inserito nel cast come un ripiego. Bello è bello, ma la bellezza, in questo caso, non basta.
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Nonostante una delusione iniziale per la new entry, il cuore torna a battere nel momento in cui Bridget e Mark si incontrano, si scrutano e si guardano: per romanticoni come noi, rivedere una storica coppia sullo schermo è sempre emozionante, quasi come se rivedessimo Jack e Rose.
Il divertimento, ad ogni modo, è reso dal confronto e dalle gelosie di due maschi non alfa ma gentiluomini in contrapposizione con una Bridget che finalmente si ribella al suo istinto autodistruttivo fin dalla prima scena, in cui non canta “All by Myself” ma “Jump Around”. 
Il Premio Oscar® Colin Firth è meno rigido del solito e ancora in grado, nonostante i suoi 56 anni, di ritirare fuori il fascino del Darcy con il maglione natalizio con renne o pupazzi di neve. 
 
Non perde nemmeno un colpo la mitica Emma Thompson, ginecologa sfacciata e spassosa e che si diverte e ci diverte recitando il ruolo della femminista convinta e che porta dinamicità alla storia. 
 
Il film nel complesso è gradevole e spiritoso, si ride parecchio e anche a causa di paradossi. Lo spirito di Daniel Cleaver c’è ma non vi diciamo come. C’è anche un happy ending e di chi sia il padre non è nostro compito rivelarlo. 
L’anima single di Bridget potrebbe abbandonarci per sempre. 
 
Anime single e non, donne e uomini amanti della commedia, nonostante il giudizio non troppo positivo che noi di My Red Carpet abbiamo deciso di dare al film, andate al cinema, dateci il vostro parere e sognate tra le note di Ed Sheeran che ci canta Thinking Out Loud. Se ce l’ha fatta Bridget, ce la può fare chiunque.