Arriva finalmente al cinema Alita: Angelo della battaglia, il film diretto da Robert Rodriguez e prodotto da James Cameron

Alita:  Angelo della battaglia è arrivato nei nostri cinema ed è impossibile non poterne argomentare.
Prima di tutto per la realizzazione della cyborg protagonista realizzata in totale motion capture e, in seconda istanz,a per l’unione tra due artisti senza pari: James Cameron e Robert Rodriguez.

Ma prima le prensentazioni: Alita: Angelo della battaglia è l’adattamento dell’omonimo manga scritto ed illustrato da Yukito Kushiro nel 1991 e, come si può osservare nel film, l’ambientazione è datata 26° secolo. È in questo lasso di tempo che Alita (Rosa Salazar) è un cyborg che viene scoperto per caso in un deposito di rottami, una vera e propria discarica, dal dotto Daisuke Ido (Christoph Waltz). Alita non ricorda la sua vita precedente, ma si accorge di una cosa: di avere un talento eccellente per le arti marziali, come un addestramento memorizzato nelle viscere del proprio corpo. Grazie a queste abilità, Alita diventa una spietata cacciatrice di taglie, ma con il cuore da umano.

Un entità umana che abita un corpo ospitante, un’entità fittizia, lo aveva già proposto James Cameron ai tempi del suo Avatar e la sua influenza è più che evidente: ad una visione attenta ci si rende conto di come il buon caro e vecchio James sia il papà di Alita, del film e della cyborg.
E come potrebbe essere altrimenti, quando sono quasi vent’anni che il cineasta americano aveva in mente di realizzare questo progetto?

Bisogna risalire all’anno 2000, periodo in cui Cameron e la 20th Century Fox acquisirono i diritti per poter effettuare l’adattamento e di ciò bisogna ringraziare il caro Guillermo del Toro che ha introdotto James nel mondo di Alita.
Ma al di là di ciò, che Cameron sarebbe se non ci mettesse diverso tempo per realizzare un progetto? In mezzo ad Alita, perciò, c’è stato Avatar con tutte le sue rivoluzioni e, in fondo, forse è stato meglio così.
Perché Alita: Angelo della battaglia è un vero e proprio prodotto di alta ingegneria, fatto non solo di azioni e di metallurgia, ma anche di sentimento.

E se due cervelli sono meglio di uno, basti pensare quando, ad unirsi, sono due anime.
Perché è il film il vero cyborg, la vera unione tra due menti e due anime di chi si attiene ai propri ideali ma è pronto a fonderli con altri. E questo è il caso dell’unione tra James Cameron e Robert Rodriguez (che insieme hanno curato la sceneggiatura con Laeta Kalogridis): il primo, artefice dell’amore eterno e titanico e maestro del tecnicismo, il secondo, invece, capace si inserire lo spirito fanciullesco e di mettere davanti a sé il punto di vista adolescenziale (vedi Spy Kids e/o Le avventure di Sharkboy e Lavagirl).

Alita non è altro che il prodotto di tutto questo, una cyborg con occhi grandi dai quali è possibile vedere l’animo profondo che esiste all’interno di un corpo speciale.
Ed è cosi che la protagonista prende coscienza di sé per potersi rapportare con gli altri e per poter concepire il sentimento che fa girare il mondo: l’amore.
La sceneggiatura scorre fluida e veloce come una gara di Motorball e, tra uno scarto e l’altro, in questa ruota che gira veloce non si può che rimanere incantati davanti ad una motion capture in grado di trasmettere la fisicità e il sentimento, di poter vedere un cast ricco, adatto e affiatato, facente parte di una storia tanto titanica, quanto umana.