John Wick 3: Parabellum è un vero e proprio concerto d’azione audiovisivo, con sparatorie, inseguimenti e duelli

Sono le 17:07, non c’è tempo per perdersi in parole, e il terzo capitolo della saga di John Wick riparte direttamente da dove ci aveva lasciato nel capitolo precedente. Ritroviamo John (Keanu Reeves) che assieme al suo unico compagno, il pitbull che gli è accanto dalla fine del primo film, corre sotto la pioggia di New York mentre, in un centro di coordinamento di un tempo che fu, vengono scanditi i minuti che lo separano dalle 18:00, quando la sua scomunica sarà ufficiale e su di lui penderà una taglia da 14 milioni di dollari.

Una scomunica inevitabile dovuta alle azioni compiute dallo stesso all’interno del Continental e che sarebbe scattata immediatamente se non fosse stato per un’ora di tolleranza concessagli dal manager dell’hotel Winston (un sempre piacevole Ian McShane).

Una corsa sotto la pioggia, l’arrivo alla New York Public Library, il primo scontro, in anticipo sui tempi previsti, tra scaffali e libri utili non solo per sviluppare il proprio intelletto (con i 2 metri e 22 centimetri del cestista NBA Boban Marjanovic) e le ultime cure ricevute da un dottore, per un iscritto al sindacato degli assassini, proprio sullo scoccare delle 18:00.

IL BUONO IL BRUTTO E IL CATTIVO

Ore 18:00: la scomunica a John è ufficiale, tutto il mondo criminale vuole la sua testa, ma non è la fine, non per lui, non per Baba Jaga.

Da questo momento John Wick 3: Parabellum schiaccia il piede sull’acceleratore dell’azione e la regia dell’ex stuntman Chad Stahelski porta tutto ciò che può essere definito “action” a un livello superiore, con maestria ed efficacia non prima però di regalare al pubblico un tributo a Sergio Leone con una scena che cita platealmente “Il buono, il brutto e il cattivo”.

Lotte con scenografie mozzafiato e scene di combattimento si susseguono quasi senza soluzione di continuità per tutto il film, con una trama che in realtà sembra fungere solo da collante tra le varie lotte.

NON ERA SOLO UN CANE

Che si viaggi tra le origini del personaggio o, più fisicamente, tra Casablanca e il deserto del Marocco, non si è mai realmente trascinati dai pensieri o dalle parole dei protagonisti, il linguaggio vero di Stahelski sono i momenti di lotta che comunicano con lo spettatore in modo efficace ma non profondo, che vivono in uno splendido narcisismo fine a sé stesso, che riempiono gli occhi ma non la mente.

Impossibile non notare il grande sforzo fisico fatto da Keanu Reeves o dall’attrice premio Oscar Halle Berry, protagonisti di una splendida sequenza in cui sono insieme a due cani molto addestrati – che finalmente si prendono la loro vendetta nella serie – così come è impossibile non citare la capacità del regista di aumentare notevolmente l’ironia della pellicola, in cui risalta il “maestro di morte” Zero (Mark Dacascos) o il Bowery King di Laurence Fishburne.

Al riaccendersi delle luci, con ancora nelle orecchie l’inverno di Vivaldi, rimane allo spettatore il pensiero di un mondo sempre più ricco di azione ma più debole nei contenuti e consapevole che per il prossimo capitolo necessita di uno sforzo narrativo maggiore per poter consacrare definitivamente questa saga.