Lo si aspettava e finalmente è arrivato: ecco La mia vita con John F. Donovan, il nuovo film di Xavier Dolan in lingua inglese

Siamo nel 2019 e viviamo in un mondo che ancora non riesce (anzi, non vuole) soffermarsi a riflettere sullo stato delle cose in senso generale. E ciò, ahinoi, vale anche per il cinema.

Xavier Dolan ha dimostrato sin da subito di essere un artista prodigio (e sarebbe difficile etichettarlo in altra maniera): debutta come attore a nove anni, nel 1997, con J’en suis! e diventa regista e sceneggiatore nel 2009, a soli 20 anni, con J’ai tué ma Mère. Ed è proprio da questo film in poi che continuerà a presentare i suoi lavori tra i Festival di Cannes e quello di Venezia (nel 2013 presento Tom à la ferme).
Tutti, tranne uno: La mia vita con John F. Donovan.

Primo film da lui diretto in lingua inglese e con un cast stellare e conosciuto ai più, dopo la presentazione allo scorso Toronto International Film Festival era scomparso dai radar. Niente da fare.
Lo stesso Dolan non era contento del risultato finale del film e la critica americana non lo ha per nulla risparmiato, additandolo come il lungometraggio peggiore della sua carriera, immaturo, confuso e pieno di difetti.

Ma tra il bianco e il nero c’è un’infinita scala di grigi che vale la pena di considerare prima di sparare a zero.

Certo, quando si parte subito in quarta è difficile poi mantenere la stessa eccellenza per tutta la carriera: lo scivolone è dietro l’angolo e c’è sempre chi aspetta questo momento per buttarvicisi a pesce.
Ma è impensabile che una costante e perenne perfezione abbia modo di esistere e, forse, una piccola scivolata rende questo artista più vicino al pubblico, lo rende più mortale e più normale.

Perché bisogna subito mettere in chiaro che La mia vita con John F. Donovan non è un capolavoro, ma non è nemmeno quel grande orrore come certa critica d’oltreoceano ha voluto evidenziare.

Rupert Turner (Ben Schnetzer) è un giovane attore e decide di raccontare la vera storia di John F. Donovan (Kit Harington), una star della televisione americana scomparsa dieci anni prima. Egli aveva aperto il suo cuore al giovane Rupert tramite una corrispondenza epistolare unica ed esclusiva. Un modo per raccontare, a chi poteva comprenderlo, i suoi segreti e turbamenti.
Proprio grazie ai suoi ricordi, Rupert riesce a ricostruire l’ascesa e il declino dell’attore, travolto da un presunto scandalo.

Sebbene la storia non sia autobiografica, i temi affrontati sono sempre quelli cari a Dolan: l’omossessualità, la relazione esistente tra madre e figlio e l’infanzia. Ognuno con punti di vista differenti.
Eppure Dolan, regista e co-sceneggiatore del film (insieme a Jacob Tierney), è presente nel film, anche se non lo si vede.

I personaggi raccolgono ed esprimono una parte di lui, dall’attore prodigio, al bambino che vede già la propria strada spianata davanti a sé. E non è un caso se la corrispondenza epistolare ricorda quella lettera scritta dal regista, quando era un ragazzino, a Leonardo DiCaprio, così come non sono un caso i riferimenti al mondo di Harry Potter, da lui tanto amato.

Ma passare da film più intimisti ed autoriali, come il regista e attore ha sempre abituato il suo pubblico, a un film in lingua inglese, più ampio in termini di ricezione, personaggi e cast non è facile.
Tutto diventa più complicato, è innegabile, e il rischio di sbagliare è proprio lì, dietro l’angolo. Talmente presente che poi, magari, sbagli davvero.

Eppure, La mia vita con John F. Donovan non è per niente un disastro. Tra ciò che si può davvero imputare al regista è l’aver realizzato un film asciutto, disidratato dall’empatia che non si riversa ad ondate sul pubblico come in tutti i suoi lavori precedenti, ma che rimane lì, molto labile e sottile.
Un modo, magari, anche perché vedere e assistere, con la mente più lucida e non sovrastata da emozioni, al racconto di quella parte di mondo che, in effetti, si cura ben poco delle emozioni delle sue pedine.