VENEZIA 76 IN CONCORSO – J’ACCUSE (L’UFFICIALE E LA SPIA) DI ROMAN POLANSKI

È ancora una volta un romanzo di Robert Harris ad ispirare un film di Roman Polanski. Dopo L’uomo nell’ombra del 2010, il regista premio Oscar per Il pianista dirige un’opera tratta dal best seller di Harris, L’ufficiale e la spia (The Dreyfus Affair), che si intitola J’accuse

L’annuncio del programma di Venezia 2019, 76a edizione della kermesse, ha destato polemiche tra i perbenisti d’oltreoceano. La presenza di Roman Polanski, unita al fatto che vi sono solo due donne in concorso nella Selezione Ufficiale, ha riscaldato gli animi degli addetti ai lavori. Il cineasta, come saprete, è spesso attaccato dai media: non può tornare negli Stati Uniti a causa di una condanna, legata a un rapporto sessuale con una minorenne. 

Al centro di Venezia 2019 però, a nostro parere, dovrebbe esserci una sola cosa: il cinema. A tal proposito, il direttore artistico della Mostra del Cinema di Venezia, Alberto Barbera, si è esposto difendendo la manifestazione e la scelta di inserire in concorso il film J’accuse

Si tratta di un film meraviglioso, stiamo parlando dello stesso livello de Il Pianista! E non ho dubbi che verrà riconosciuto come il capolavoro che è. Il problema è che non si riesce mai a distinguere tra l’uomo e l’artista. Polanski è un grande artista, uno degli ultimi grandi autori europei. Io non ho esitato un attimo a selezionare il film“.

Di cosa parla J’Accuse?

Roman Polanski ha scritto la sceneggiatura insieme a Robert Harris, autore del romanzo da cui il film è tratto. Il film è ambientato nel 1895 e al centro della trama troviamo il celebre e drammatico Affare Dreyfus. Nel cast: Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner e Grégory Gadebois

Questa la sinossi di J’accuse

Gennaio del 1895, pochi mesi prima che i fratelli Lumière diano vita a quello che convenzionalmente chiamiamo Cinema, nel cortile dell’École Militaire di Parigi, Georges Picquart, un ufficiale dell’esercito francese, presenzia alla pubblica condanna e all’umiliante degradazione inflitta ad Alfred Dreyfus, un capitano ebreo, accusato di essere stato un informatore dei nemici tedeschi.

Al disonore segue l’esilio e la sentenza condanna il traditore ad essere confinato sull’isola del Diavolo, nella Guyana francese. Un atollo sperduto dove Dreyfus lenisce angoscia e solitudine scrivendo delle lettere accorate alla moglie lontana.

Il caso sembra archiviato.

Picquart guadagna la promozione a capo della Sezione di statistica, la stessa unità del controspionaggio militare che aveva montato le accuse contro Dreyfus. Ed è allora che si accorge che il passaggio di informazioni al nemico non si è ancora arrestato.

E se Dreyfus fosse stato condannato ingiustamente?

E se fosse la vittima di un piano ordito proprio da alcuni militari del controspionaggio?

Questi interrogativi affollano la mente di Picquart, ormai determinato a scoprire la verità anche a costo di diventare un bersaglio o una figura scomoda per i suoi stessi superiori.

L’ufficiale e la spia, adesso uniti e pronti ad ogni sacrificio pur di difendere il proprio onore.

L’affare Dreyfus è uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia, avvenuto in Francia tra il 1894 e il 1906 e che vide protagonista il soldato ebreo francese Alfred Dreyfus, ingiustamente accusato di essere una spia e quindi processato per alto tradimento.

Dreyfus sostenne fermamente la sua innocenza combattendo contro un’intera nazione. Il suo caso ebbe una notevole risonanza mediatica dividendo l’opinione pubblica del tempo, tra chi ne sosteneva l’innocenza e chi lo riteneva invece colpevole.

Tra gli innocentisti si schierò Émile Zola, il quale scrisse un articolo in cui puntava il dito contro il clima di antisemitismo imperante nella Terza Repubblica francese. Tale intervento venne intitolato proprio J’Accuse.