A Venezia 76 è stato presentato Ad Astra, il nuovo film diretto da James Gray e con Brad Pitt protagonista. Ecco la nostra recensione.

Tra i vari film presentati al Festival di Venezia non potevamo non proporre la recensione di Ad Astra, uno dei film più attesi del festival e non solo.

La Mostra del Cinema ha abituato il suo pubblico, negli anni recenti, alla visione di film ambientati nello spazio – vedi Gravity, Arrival e First Man –, indagatori del cosmo e di quello che esso può offrire.

Ad Astra tenta di perseguire una scia stellare diversi dai suoi precedenti sopra citati – a cui si potrebbe aggiungere anche Interstellar di Christopher Nolan – andando alla scoperta del mistero in un futuro distopico non troppo lontano.

Tra il pianeta Terra dominato dal consumismo, trasferendo tutte le varie forme di dominio, controllo e potere dalla Terra alla Luna e dalla Luna a Marte, il film di focalizza sulla sorte di un figlio alla ricerca del padre, creduto morto sino a quel momento, che si ritrova a dover fare i conti con una figura di un certo peso.

Roy McBride (Brad Pitt) è un ingegnere aereospaziale della NASA che ama la solitudine, sempre guardingo e controllato, pacato e rilassato.

Tuttavia, delle strane scariche di energia, provenienti dallo spazio, stanno investendo la Terra e i pianeti vicini ed esiste una sola spiegazione ritenuta valida: Clifford McBride (Tommy Lee Jones), padre di Roy, dopo una spedizione di diversi anni prima, con il fine di cercare forme di vita intelligenti nello spazio più profondo, potrebbe essere ancora vivo, oltre che la causa delle enormi masse di energia scaricate a picchi nello spazio.

Sarà proprio Roy a fare la traversata spaziale, alla ricerca di quel padre assente e dei come, dove e perché circa i picchi di energia provenienti da una zona vicina a Nettuno.

Il film di James Gray (Two Lovers, C’era una volta a New York) si fa strumento indagatore del mistero e dell’ignoto che ci circonda, tematiche ampliate, contestualizzate ed intersecate su diversi livelli.

Cosa ci porterà il futuro (individuale e collettivo)? L’essere umano cambierà la mentalità consumistica e battagliera? C’è ancora tempo per redimersi?

Ad Astra risulta essere perfetto e vincente rispetto alla parte visiva e visionaria, un’estetica chirurgica e magniloquente, sontuosamente ricamata con i fili più pregiati e l’occhio esperto e attento delle migliori sarte.

Tuttavia, nonostante ciò, il film di Gray viaggia per tutto il tempo con il freno a mano tirato, trainato da un attore di un certo calibro (Brad Pitt) che arranca da solo verso l’ignoto, incapace di andare oltre la superficie delle premesse, forse troppe.

Perché, al di là degli strati, Ad Astra cerca di sviluppare due tematiche importanti: la solitudine e la ricerca dell’amore svanito per sé stessi e per gli altri.

Tematiche che si incrociano e inevitabilmente cozzano quando si passa dalla dimensione individuale a quella collettiva, facendo fatica a esprimere quel livello intimistico che vige nel profondo.

Eppure, a dispetto dei risvolti negativi, si fa portatore di un messaggio importante: l’amore continua a percorrere la propria strada, non importa quanto essa sia lunga e quanti chilometri debba macinare. Il cuore continua a vivere indipendente dal cervello.

E così, come scrisse un certo Dante Alighieri, è “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.