Alla Festa del Cinema di Roma è stato presentato Pavarotti, il nuovo film documentario di Ron Howard sul grande maestro italiano. Ecco la nostra recensione

Alla Festa del Cinema di Roma, è stato presentato Pavarotti, il documentario-evento che racconta la storia, la voce, i segreti e la leggenda del tenore Luciano Pavarotti e del suo incredibile percorso, da figlio di un fornaio a star internazionale capace di trasformare per sempre il mondo dell’opera. 

Negli ultimi anni, per colpa di scelte politiche non proprio brillanti, ci si chiede spesso come l’Italia possa esser dipinta all’estero, come si possa cambiare una visione negativa del proprio paese e automaticamente dei propri abitanti.

La soluzione non è semplice, servirebbero analisi sociologiche, strategia di comunicazione e scelte quotidiane molto incisive. Ma quando un popolo può essere oggettivo nel cambiare se stessi? E quanto nel raccontarlo?

Non daremo una risposta a queste ultime domande, ma Pavarotti di Ron Howard sembra essere un’ottimo punto di partenza di come basti osservare e ricordare qualche esempio che vada un po’ più in là della semplice cronaca quotidiana per dare in pasto al mondo e a qualunque cittadino italiano un esempio pratico di come si possa essere “umani”, con tutti i propri difetti (e le proprie qualità), dimenticando qualunquismi e comici di bassa lega.

Il regista americano, in meno di due ore, riesce a tracciare un ritratto chiaro e delineato, attraverso immagini e video di repertorio (da riprese televisive a spot pubblicitari) e con il sostegno di una serie di interviste inedite fatte alle persone più vicine al tenore (mogli, figlie e colleghi), spaziando dalla vita privata a quella lavorativa, di una figura che ha fatto la storia nel nostro paese e nel mondo intero.

Il compito di divulgazione dell’Opera, le azioni di puro volontariato, lo sforzo di essere un buon padre e le difficoltà di essere un buon marito sono tutte evidenziate e perfettamente collegate stacco dopo stacco.

La musica, grande costante del documentario, enfatizza ulteriormente il racconto di un grande uomo, non solo per la propria fisicità.

Partendo da Modena, viaggiando per tutto il mondo scoprendo le origini, gli studi e le conoscenze di quest’uomo apprendiamo (o ricordiamo) cosa significa essere un tenore, l’importanza dell’Opera italiana nel e fuori dal nostro paese, quanti hanno stimato Luciano Pavarotti e quanti egli è stato in grado di coinvolgere, nei momenti di bisogno suoi o di terzi, dai colleghi Placido Domingo e José Carreras, a personalità di spicco nei più disparati campi come Lady Diana o Bono Vox.

Tutti, in un modo o nell’altro, feriti o in venerazioni dal e per il cantante, sapranno come farci commuovere, tra un “Ridi Pagliaccio” e un “Nessun Dorma”.

Così, sequenza dopo sequenza, dai suoi primi anni fino alla sua dipartita, i grandi numeri realizzati dal modenese diventano superflui per quanto spaventosamente forti: il vero fulcro della narrazione è come sia stato un uomo vero, positivo, in grado di sorridere sempre alla vita offrendo al prossimo i doni che gli erano stati fatti (e che aveva consapevolmente coltivato).

A dodici anni dalla sua morte, in un periodo buoi, spesso con visioni più negative che positive, è strano vedere come sia toccato a Ron Howard ricordarci quando possa esser bella la vita, dandoci un esempio da seguire, vero, concreto e soprattutto umanamente credibile.

L’augurio è carpire il bello della sua vita e ricordarci di altri uomini come lui, con la professionalità e la delicatezza delle scelte tecniche del narratore figlio di Happy Days.

Pavarotti arriverà nelle sale italiane solo per tre giorni, il 28, 29 e 30 ottobre, grazie a Nexo Digital.