Alla Festa del Cinema di Roma, Ron Howard ha partecipato ad un incontro con il pubblico, raccontado la sua carriera e i suoi punti di vista. Ecco il nostro resoconto

Oltre ad aver presentato Pavarotti, Ron Howard ha avuto modo di essere anche protagonista di un incontro con il pubblico alla Festa del Cinema di Roma.

Grazie alle diverse clip che hanno illustrato brevi frammenti di alcuni film di Ron Howard, il regista americano ha rivelato molto di sé, tra curiosità, aneddoti e aspirazioni presenti e passate.

Il regista e attore americano, ha rivelato di essere “affascinato, ma intimorito dai documentari. Se non fossi riuscito a realizzare il sogno di diventare regista, sarei diventato giornalista un giorno perché sono sempre rimasto affascinato dalle storie vere e dalla forma del documentario”.

Reso celebre come attore grazie alla serie televisiva Happy Days – che in Italia ebbe un grande successo prima che altrove – Howard ha dichiarato:

Televisione e cinema erano molto separate all’epoca, tutto era diverso a livello tecnologico e la televisione era più semplice, il processo creativo si basava sul problem solving. Ad esempio, mentre partecipavo al The Andy Griffith Show mi sono reso conto che gli attori commentavano, facevano osservazioni sulla sceneggiatura e io, che avevo sei anni, cercavo di dare apporto con dei suggerimenti.

Un modo di vedere il cinema, il suo, rivoluzionato completamente da quella New Hollywood che gli ha permesso di partecipare ad American Graffiti, film di George Lucas e prodotto da Francis Ford Coppola:

Io sono cresciuto nella vecchia Hollywood, nel periodo delle reminiscenze dello studio system con la presenza dominante di figure maschili, anziane, grandi, brutali, come se fossero dei marinai o cowboy. Per fare American Graffiti andai al Nord e mi resi conto che era un film fatto da studenti, da amanti del cinema, una cosa non proprio identica alla Hollywood conosciuta. È così che ho sempre saputo di diventare un attore e ciò ha rivoluzionato il mio modo di vedere cinema.

Un regista che ha compiuto una lunga carriera di attore, dividendosi tra televisione e cinema, imparando da entrambi e confluendo la sua esperienza nella sua carriera da regista:

Ho imparato molto dalla televisione e dal cinema, ci sono stati molti film, come Il laureato o Indovina chi viene a cena che hanno cambiato la mia vita, tanto che quando ho iniziato a studiare cinema ho cominciato a passare più tempo in sala che davanti al televisore. Mentre facevo Happy Days, dalla cinepresa fissa siamo passati ad fare uno spettacolo con il pubblico”. E, ancora, “La mia carriera non sarebbe la stessa se non avessi fatto quelle esperienze, senza aver sperimentato la dimensione della commedia e la collaborazione creativa.

Tornando alla sua seconda scelta, il giornalismo, ha rivelato

Non sono un esperto, non sono un giornalista, ma lavoro nei media. Parlando da cittadino, penso che il giornalismo sia sempre più complicato e molto più importante di prima. In un mondo contraddistinto dalle spaccature e da divisioni sempre maggiori, è importante la trasparenza, la produttività, molte opportunità, la democrazia nel modo di condividere l’idea i giornalisti devono essere più coraggiosi che mai. Con la presenza di gruppi a sé stanti e in cui è difficile prendere una posizione, bisogna avere il coraggio di superare la polarizzazione.

Il regista ha poi proseguito:

Parlo di Pavarotti, l’ho ammirato in particolare per le sue collaborazione con star del pop, periodo in cui molti critici musicali, soprattutto di quella classica, lo hanno criticato aspramente: ciò lo faceva soffrire, ma non lo dava a vedere e ha continuato a fare ciò che credeva importante, creando punto, espandendo il legame di tipo culturale, continuare con coraggio un lungo cammino e un percorso impegnativo. I giornalisti hanno due strade: rivolgersi a persone che posseggono la loro stessa opinione o cercare di costruire ponti ideologici politici e culturali per raggiungere gli altri e non consentire che vengano costruite mura o divisioni sempre più profonde.

Durante la durata dell’incontro, il regista di film come Splash – Una sirena a Manhattan, Cuori ribelli, Apollo 13, Il Grinch, A Beautiful Mind e Il codice da Vinci ha dichiarato di aver imparato tanto da attori come John Ford, Bette Davis ed Henry Fonda per il loro carisma, la loro etica professionale ed impeccabile.

Ma il regista di Rush avrà un proprio James Hunt?

Non vedo l’arte come una diretta competizione. Ci sono film che guardo e ammiro e di cui, allo stesso tempo, provo un’intensa invidia. Ci sono molti film che mi danno questa sensazione: ad esempio, oggi che c’è Wes Anderson, ci sono tre suoi film che io non potrei mai fare e ciò riguarda molti registi, non ne ho uno preciso. Le possibilità che il cinema o gli show mi suscitino sia ammirazione che rabbia è una motivazione per fare sempre meglio.