La satira sferzante e spiazzante di Taika Waititi apre la 37^ edizione del Torino Film Festival: in Jojo Rabbit il dolore si fonde con la beffa

Tutti i bambini hanno un amico immaginario e Jojo (Rabbit) non fa eccezione, peccato che il suo sia Adolf Hitler. È questa la premessa di Jojo Rabbit, film d’apertura della trentasettesima edizione del Torino Film Festival. Il nuovo film di Taika Waititi (già autore di Thor: Ragnarok e What we do in the shadows) è liberamente ispirato al romanzo di Christine Leunens Il cielo in gabbia (Caging Skies). La sceneggiatura del film è pronta dal 2011, ma solo recentemente il regista è riuscito a trovare dei sostenitori per il suo progetto. Un tempismo perfetto.

LA SINOSSI di JOJO RABBIT

Nella Germania del secondo conflitto mondiale, Jojo Betzler (Roman Griffin Davis), fiero membro della Gioventù hitleriana, trascorre gran parte del proprio tempo in compagnia del suo amico immaginario Adolf (interpretato dallo stesso Taika Waititi), una versione del Führer adorabile, vitale, motivante. Nella sua completa adesione all’odio nazista, Jojo si infuria quando scopre che sua madre (Scarlett Johansson) lavora per la Resistenza, e nasconde una giovane ragazza ebrea in soffitta (Thomasin McKenzie). Con la Germania sull’orlo del collasso, si ritrova a dover affrontare una scelta: aggrapparsi alle sue convinzioni cariche d’odio o abbandonarsi alla propria umanità.

Sulla carta poteva funzionare, ma in pellicola (per così dire) rischiava di essere un disastro. E invece Jojo Rabbit è un film perfettamente equilibrato, in bilico tra satira, dramma e un pizzico di coming-of-age, con una struttura pensata appositamente per far crescere il piccolo “nazista” Jojo. Usiamo le virgolette perché, come afferma Elsa, la giovane ebrea coprotagonista del film, “Tu non sei un nazista, Jojo. Tu sei una bambino di 10 anni a cui piace vestirsi con una buffa uniforme e che vuol sentirsi parte di un gruppo”.

In Jojo Rabbit, il nazismo viene vivisezionato, dissacrato e annientato a forza di battute e gag che divertono e intrattengono, ma che lasciano – ovviamente – un gran amaro in bocca. 

Taika Waititi, ebreo da parte di madre e Maori da parte di padre, affida la ricostruzione della Germania nazista a Jojo, un ragazzino troppo dotato di intelligenza e pura bontà per non rendersi conto che il lavaggio del cervello che gli hanno fatto è, per l’appunto, solo nella sua mente.

Il mondo di Jojo Rabbit è filtrato dalla lente innocente dell’infanzia, rappresentato con una cura per il dettaglio e un’estetica vintage che deve molto a Wes Anderson, ideale per avvicinare un pubblico il più possibile eterogeneo. Perché il film di Taika è pensato soprattutto per il futuro, per le nuove generazioni che necessitano – oggi più che mai – di ricordare e capire. Nonostante l’ambientazione d’epoca, la maggior parte delle scelte estetiche sono moderne e lontane dagli anni ‘40: costumi puliti e un po’ hipster, montaggio rapido e incalzante, scelte musicali che spaziano dai Beatles a David Bowie.

Il contrasto tra passato e presente è evidente già nei primi frame della pellicola: Taika Waititi mette in relazione le adunate naziste e la follia pop attorno ai Beatles. Un espediente che serve a spiegare il fanatismo in generale, poi in particolare, e a far luce sulla prospettiva che ci accompagna per tutto il film, quella di Jojo. Ma come è possibile empatizzare con un bambino che vorrebbe diventare un perfetto giovane nazista? La pellicola, già contemporanea a partire dalla sceneggiatura, prende vita nel momento in cui cerca di definirlo questo fanatismo, chiarendo il concetto di ascendente ed esaltazione demagogica. 

In un film con tante gag e momenti sopra le righe, le interpretazioni degli attori sono fondamentali: Roman Griffin Davis è credibilissimo nei panni di Jojo ed è difficile credere che questo sia il suo primo ruolo sul grande schermo; Scarlett Johansson interpreta squisitamente la coraggiosa Rosie, madre del protagonista appartenente alla Resistenza; Taika Waititi si mette in gioco e interpreta lui stesso la sua rivisitazione parodistica del Führer; infine Sam Rockwell si cuce addosso il ruolo di un improbabile capitano nazista con tendenze omosessuali. Menzione d’onore al piccolo Archie Yates, l’amico Yorki che vi conquisterà con la sua ingenua sincerità. 

Jojo Rabbit è film forte, in tutti i sensi: ha la capacità di poter essere universalmente apprezzato e compreso; è carico di pathos, sia nella sua forma più divertente e scanzonata, sia nei momenti più drammatici e tristemente realistici. La vita è (di nuovo) bella, se raccontata dai più piccoli.