Bradley Cooper debutta alla regia con A star is born, tra la nascita di una nuova stella e la caduta nel vortice dell’autodistruzione

Il debutto alla regia di Bradley Cooper, considerata la trama, non ha quasi nulla di diverso dai suoi precedenti del ’37, ’54 e ’73.
Considerati questi, si può dire che A star is born unisce le trame di questi film (che sono pressoché simili tra loro): un artista di successo che cerca di sopravvivere e di combattere, vanamente, i suoi problemi con le dipendenze da alcool.
Chiariamo un fatto: A star is born non è un film eccezionale, ma si fa decisamente amare, e non è poco.
Cooper ha decisamente puntato alto per essere il suo debutto, con tutti i rischi del caso, tra quello dell’inevitabile paragone con gli omonimi film precedenti.
Ha rischiato, ha avuto coraggio e lo ha dimostrato, confezionando un film pazzesco.
Attinge per lo più da quello di Cukor (1954), lo fa e non lo nasconde, anzi, ne mostra le citazioni: ma riesce a differenziarsi e ad essere toccante in una maniera tutta sua.
Un film che narra l’ascesa di una stella e l’autodistruzione del suo pigmalione, la storia di un amore che scorre su due binari paralleli, due linee che diventano, però, incidenti solo in un punto: la musica.
Un amore sconfinato per quel sentimento, quell’emozione capace di unire più anime in uno stesso luogo, cuori che battono all’unisono, a ritmo della vita.
Quella vita che può repentinamente cambiare per mille motivi diversi, come una rock star che incontra per caso in un bar una ragazza dalla voce divina, che scrive i suoi pezzi ma è timorosa di come essi possano essere accolti: i troppi no del passato, a causa della sua immagine considerata “inadeguata”.

Cooper è bravo in tutte le sue vesti (tra cui quella di cantante), soprattutto nell’aver preso sottobraccio la diva della dive, denudandola, struccandola e dandole nuova forma.

Pensandoci bene, non poteva essere che lei, Lady Gaga, a (ri)nascere. Lei, grintosa e divina, che all’inizio viaggia con il freno a mano tirato, per poi lasciarsi andare. La sua voce paradisiaca da un deciso valore aggiunto al film che, altrimenti, sarebbe rimasto vuoto, con poco da dire.
Cooper usa la macchina da presa per indagare l’amore turbolento tra i personaggi e la musica e tra loro stessi, ne mette in scena le vulnerabilità, mettendo in chiaro i risvolti positivi e negativi del successo.
Inquadrature semplici ma pregnanti: Cooper ha approfittato dei veri concerti di Lady Gaga per mettere a nudo il suo personaggio e quello della sua co-protagonista. Un sacco di rumore e poi ci si ritrova da soli.
Emozioni che durano un momento ma che ne valgono la pena.