Dal 21 marzo, grazie a Notorius Pictures, vi aspetta in sala A Un Metro da Te, il nuovo film di Justin Baldoni con Cole Sprouse e Haley Lu Richardson.

Questa la sinossi ufficiale:

“Stella e Will hanno diciassette anni, si conoscono nell’ospedale dove sono entrambi ricoverati ed è amore a prima vista. La malattia però li costringe a stare sempre a due metri di distanza per non rischiare di trasmettersi batteri che potrebbero compromettere le cure. Una storia sul potere dell’amore che lotta contro il tempo e lo spazio.”

 La base dei rapporti umani, l’istinto primordiale che spinge il neonato verso il mondo esterno, verso ciò che gli è estraneo, che lo affascina e incuriosisce non comprendendolo è il contatto.

Si tocca, si creare un’esperienza tattile per capire davanti cosa ci si ritrova e, in futuro, per avere un’idea di ciò che potremmo incontrare nuovamente.

La rabbia ci muove all’aggressività, manifestata con violenze fisiche; la soddisfazione ci rafforza, ci sprona a stringere la mano all’altro per dimostrala; l’amore, infine, ci spinge ad abbracciare e baciare chi ci suscita questo sentimento ed è la base delle più grandi storie d’amore portate sul grande schermo, dove oltre le parole, la musica e gli sguardi sono i gesti a far da padrone, creando vere e proprie icone visive.

Ma cosa accade a un film (e a una storia come quella di Stella e Will) se non ci si può toccare?

Justin Baldoni ce lo racconta perfettamente, studiando ogni scena, ogni inquadratura, trovando ogni escamotage per rendere un limite una spinta creativa. Al suo fianco, ed è evidente, la forza dell’esperienza accumulata con My Last Days, la serie prodotta prima del successo in Jane – The Virgin, dedicata proprio ai giovani affetti da gravi malattie. Non dimenticando mai i problemi che i due protagonisti vivono, il regista porta avanti una storia difficile, senza cliché smielati, senza situazioni tipicamente adolescenziali in grado di catturare l’attenzione del pubblico più vasto.

Al servizio due ottimi protagonisti come Haley Lu Richardson e Cole Sprouse, due volti e corpi non comuni che il film rende perfetti per i ruoli costruiti e, a loro modo, affascinanti.

Opposti come la luce e l’ombra, come il sole e la luna, i personaggi di Stella e Will cresceranno insieme e affronteranno la loro malattia (la fibrosi cistica) e ciò che comporta nel modo più corretto possibile, o per meglio dire nel modo più corretto immaginabile da due adolescenti innamorati.

Nel farlo c’è sempre il rispetto di chi guarda: non si nutrono false illusioni, non si vuole raccontare solo la favola ma anche l’incubo. E, fortunatamente, anche nel finale si riesce a non tradire questo obiettivo.

Tra musica, ossessioni e passioni, A Un Metro da Te si prende i giusti spazi per mostrare con una fotografia impeccabile ciò che due ragazzi sono in grado di affrontare limitati da un qualcosa che non hanno scelto ma che per qualche motivo gli è stato imposto.

Scritto con passione, diretto con sapienza e ben recitato, questo film è l’omaggio migliore che si potesse realizzare per chi vive queste situazioni. Proprio come Claire Wineland, che ha vissuto e ispirato il regista per questa avventura ma che è scomparsa prima di vederlo ultimato. (A lei è dedicata questa recensione.)