Aquaman è un film buffo e fracassone, un kolossal spettacolare pronto ad ubriacare lo spettatore con il suo puro intrattenimento

Dopo sessantotto anni di attesa Aquaman è riuscito ad emergere e ad arrivare al cinema.
Dopo il debutto del personaggio (e di Jason Momoa nei panni dello stesso) in Justice League più di un anno fa, Arthur Curry è arrivato con il suo stand alone, protagonista delle più alte aspettative.

Il film ripercorre la storia di Arthur Curry, delineando una backstory di tutto rispetto: Arthur nasce dall’amore tra un umano, Thomas Curry (Temuera Morrison), un guardiano del faro, e dalla regina Atlanna (Nicole Kidman). Il mezzo atlantideo possiede dei poteri che fanno parte del regno acquatico e gli vengono insegnati dal suo mentore, il fedele Nuidis Vulko (Willem Dafoe), consulente capo di Atlantide.
Dopo aver iniziato con un’ampia descrizione del background del personaggio, il film parte letteralmente in quarta e inizia con la narrazione che vede Aquaman protagonista indiscusso del suo film: costretto a ritornare ad Atlantide, Aquaman si trova nella condizione di fronteggiare il fratellastro Orm Marius aka Ocean Master (Patrick Wilson), prima che attacchi definitivamente la superficie e dichiari guerra ai terrestri. L’aiuto di Mera (Amber Heard) sarà determinante per affrontare la sfida che lo aspetta contro il fratello e contro i suoi timori di re e protettore degli Oceani.

Aquaman è un film volutamente fracassone, con un protagonista volutamente sfrontato e molto ironico, sempre incline al sarcasmo e con un certo ego che, però, nasconde anche qualche insicurezza. Mai come adesso la DC aveva realizzato un film così titanico e colossale, così visivo e pronto a riempire gli occhi dei suoi spettatori.
Perché il film di James Wan, ormai maestro dell’horror e del paranormale, è riuscito a includere in Aquaman la sua vena, in grado di stimolare inquietudini, stati di attesa e rapidi colpi di scena.

Eppure il film è un viaggio continuo e inarrestabile da un luogo all’altro, da una dimensione all’altra, con una camera che si muove schizofrenica ad inseguire un personaggio che fa della sua impresa un insieme di tappe frenetiche e, c’è da dirlo, di portata fluviale.
La schizofrenia titanica si srotola lungo 143 minuti di un film che viene completamente fagocitato dalla componente visiva: una CGI che vince su tutte le altri componenti e che punta a stupire lo spettatore senza limite, alzando costantemente il tiro più in alto che si può, in maniera del tutto forsennata a da ubriacatura facile: eppure sembra che la DC cerchi continuamente di cogliere, attivare ed evolvere quel grip fatto di saggio equilibrio nei modi e nelle maniere che è diventato solo una caratteristica Marvel e che difficilmente, chi è fuori da questo mondo, riuscirebbe a fare proprio.
Aquaman va oltre le tematiche citate (come il problema dell’inquinamento) e risulta essere un film che  uguale al suo personaggio in tutto e per tutto: ironico e spaccone, il film è un ibrido che vede due mondi, due entità e due modi.