Benvenuti a Marwen è l’ultimo film di un Zemeckis che prova ad unire due mondo, realtà e immaginazione, con l’utilizzo della motion capture

Benvenuti a Marwen è il cinema di Robert Zemeckis che continua a svilupparsi tra due mondi: in questo caso è il mondo reale e quello immaginario/immaginifico che comunicano tra loro. Ma in passato il regista americano ha sempre cercato di realizzare un cinema che facesse da ponte: il fil rouge è iniziato in maniera acerba con All’inseguimento della pietra verde, in cui venivano uniti l’avventura alla commedia romantica, per cominciare ad evolversi e svilupparsi con l’intrecciarsi delle dimensioni temporali di Ritorno al Futuro, con il mondo reale e quello cartoonistico di Chi ha incastrato Roger Rabbit, per poi proseguire con la relazione vita/morte di La morte ti fa bella, la vita vera e il candore infantile di Forrest Gump. E si potrebbe andare avanti all’infinito, citando ancora, la realizzazione di film con la motion capture (vedi Polar Express) e la riflessione dell’uomo/superuomo con The Walk.

Il film è un adattamento cinematografico del documentario Marwencol del 2010, che si focalizzava sui lavori e sulla vita del fotografo e artista Mark Hogancamp (interpretato da uno strepitoso Steve Carell nel film di Zemeckis): egli, nel 2000, venne brutalmente picchiato da cinque uomini all’uscita di un bar, che avevano sentito dire da lui che gli piaceva indossare scarpe da donna, facendolo finire in come per diversi giorni. Le conseguenze furono disastrose: perse la capacità di camminare, parlare e, soprattutto, perse la memoria. La sua amnesia non gli consente di ricordare tutta la sua vita precedente al pestaggio, ma Mark lotta per guarire e per ritrovare se stesso con il potere della sua immaginazione e della sua macchina fotografica. Piano piano, Mark mette insieme i pezzi della sua vita e costruisce una miniatura di Marwen, una città belga in cui vive il capitano Hogie (suo alter ego), pilota di aerei da combattimento della seconda guerra mondiale. In questa piccola città, Hogie può essere tutto quello che non è nella vita reale. E sarà proprio questo mondo fantastico a stravolgere quello reale.

Benvenuti a Marwen riporta lo spettatore a quel cinema di Zemeckis innocente e sincero, che guarda al mondo e alle donne della sua vita che in qualche modo l’anno salvato. Mondo immaginario e reale si intrecciano senza soluzione di continuità ponendo interrogativi, cercando di riflettere sull’uomo e riguardo il suo mondo, in un viaggio voyeristico unico tra l’analogico e il digitale. Il film tratta il dolore, l’attaccamento allo stesso (che determina l’immortalità dei modellini di matrice nazista) che consente al protagonista di fare voli pindarici unici con la propria immaginazione: un’immaginazione che fa da ponte e unisce questi due mondi che sembrano estremi ma di estremo non hanno niente. Si intersecano, ognuno influenza l’altro dando l’opportunità alla vita reale di Mark di essere migliore, di dargli una vera speranza.

Benvenuti a Marwen è il resoconto di un tipo di cinema firmato Zemeckis che  prova a guardare oltre rimanendo sempre ancorato a sé stesso, come il capitano di un sottomarino che con il periscopio vede terre emerse, ma preferisce non avvicinarsi più tanto. Seppur la rindondanza e il continuo citare il suo cinema può essere fastidioso, va interpretato come un forma di esperimento del suo io, che è dentro il suo cinema.
Un film magari imperfetto come, d’altra parte, è la vita.