Mentre il 2017 stava finendo d’inscatolare le ultime cose, io vagavo su Box Sets di Sky alla ricerca di qualche serie per passare il tempo. E mica lo sapevo che stavo per incontrare quella che sarebbe diventata la miglior cosa vista in televisione nell’ultimo decennio.

Parlo di Big Little Lies, la serie di HBO creata da David E. Kelley e tratta dal romanzo omonimo di Liane Moriarty, che è stata prodotta da Nicole Kidman e da Reese Witherspoon.

Big Little Lies ha trionfato ai Golden Globe 2018: 4 sono i riconoscimenti ottenuti, due dei quali alle attrici che hanno dato profondità, colore e anima alla serie: Nicole Kidman e Laura Dern, protagonista la prima, non protagonista la seconda. Completano il bottino la statuetta a miglior attore non protagonista portata a casa da Alexander Skaarsgård e quella totale, celebrativa, come miglior miniserie o film per la televisione.

Tra me e le sette puntate delle grandi piccole bugie è stato colpo di fulmine, di quelli che colpiscono cuore e mente e che inducono al binge watching più sfrenato. Proprio per questo, ho deciso di spiegarvi in 7 motivi perché non potete perdervi questa storia ambientata a Monterey. 

  1. La colonna sonora

Cold little heart è la canzone che ascoltano correndo sulla spiaggia, che accompagna il fragore delle onde dell’oceano contro gli scogli. La voce di Michael Kiwanuka s’insinua tra i segreti inconfessabili e i dolori domestici di queste splendide milionarie di Monterey, che non sono più sull’orlo di una crisi di nervi, che hanno anche smesso di essere rampanti e che si mostrano nude, pronte a una solidarietà femminile forte come l’acciaio che rimbomba nelle parole Hai mai combattuto? Tutto il dolore, così tanto potere che scorre nelle mie vene”.

       2. Le protagoniste

Io ve lo dico: Nicole Kidman è di un’intensità che commuove, che prende allo stomaco e ti porta al magone. Bella e sola, chiusa in una perfezione della quale scopre la finzione a poco a poco, insieme a te, tenendoti per mano. A un certo punto ti ritrovi nell’abisso della sua angoscia senza sapere bene come ci sei finito.

Reese Witherspoon è spettacolare, un concentrato di rabbia per una vita che le mostra un cambio di prospettiva e di aspettative che non si aspettava. È brava, talento su tacco dodici e con capelli biondo miele, una donna che crede nel rapporto tra le donne, nell’altruismo. Nell’ultima puntata recita con una benda per il sonno in testa. Nell’ultima puntata, simbolicamente, si toglie le bende dagli occhi, scopre chi è e cos’ha, mentre evapora la sua rabbia.

E poi c’è Shailene Woodley: potentissima. Fantastica nel calarsi nel ruolo della madre single che scappa dal suo passato e cambia città, per mettere al sicuro il suo bambino. Scappa, corre, non è mai ferma. Del trio è quella meno abbiente, la meno glam, ma è anche quella che mette in moto il meccanismo che rivoluzionerà la vita di tutti.

     3. L’oceano

Non ha alcuna nomination, ma è tra i protagonisti della serie. Calmo, accoglie il dolore di un trauma. Accompagna le corse delle protagoniste, reali e anche simboliche. Burrascoso è colonna sonora di violenza, di sopraffazione, di plagio. I protagonisti si trovano spesso a osservarlo, ricambiati, nei momenti più catartici delle puntate e, facendo particolare attenzione, i primi piani di bruma e cavalloni rappresentano un gradino di consapevolezza di chi in quel momento lo fronteggia.

     4.I figli

Una cosa che sorprende sono i bambini di questa serie televisiva. Importanti, ma non centrali. Figli di famiglie più che benestanti, addirittura ricche, non sono mai viziati, non fanno le bizze. Sono amati, sono protetti, sono trattati come bestioline rare ma ne escono meglio dei loro genitori. Anche quando questi ultimi si sfidano a chi organizza la festa più bella, tirando fuori migliaia di dollari per una supremazia che ai bambini non interessa. Anzi loro, a scuola, sono amici e vivono disagi e dolori che non rientrano nei radar dei genitori, e nemmeno del corpo insegnanti (talmente imbecille da sembrare macchiettistico). Spicca la figlia di Ed e Madeleine, Chloe, una bimbetta sveglia e intelligente che potrebbe essere tranquillamente il narratore nascosto perché dotata di perspicacia ed empatia. Speciale se rapportata alla sorella maggiore, figlia di Madeline e del primo marito, Nat: Abigail è un’adolescente come tante, ribelle come tante, che finge di detestare il conformismo e la bionditudine della madre, ma che invece si sente soverchiata dalla sua apparente perfezione. Special mention per una figlia che, nella fiction fa la madre: si tratta di Zoe Kravitz, primogenita di Lennie e di Lisa Bonet (detta anche la collezionista di mariti boni), che in Big Little Lies è una spirituale, gandhiana e sensuale seconda moglie del primo marito di Madeline.

    5. La tensione

C’è un omicidio, lo sai dal principio. E’ la cosa per cui ho cominciato a guardare la serie, perché a me i gialli attirano sempre. Eppure, a mano a mano che la storia si sviscera ed escono fuori le donne che ne sono il perno, le loro emozioni e i loro tormenti, dell’omicidio non ti interessa più. Non è più importante conoscere chi sia la vittima uccisa durante la festa della scuola, e nemmeno chi l’abbia fatta fuori. Sceneggiatura e regìa in questo sono state eccellenti: senza fronzoli, senza suspense inutile, pulite e dirette. La tensione la detta anche la fotografia: solare, delicata, quasi a pastello nei momenti di serenità, cambia tonalità e diventa nordica e fredda quando si alza l’angoscia. Il valore aggiunto.

    6. Solidarietà tra donne

Il vero tema della serie televisiva: la potenza dell’unione d’intenti delle donne. In Big Little Lies le stesse donne in grado di strapparsi i capelli per una festa di compleanno, sono pronte a convogliare testa e cuore per risolvere problemi ben più grandi. Le donne di questa serie sono tridimensionali, sono vere, sono sfaccettate e non ricoprono ruoli drammatici colorandoli con effetti speciali. Mettendo da parte insicurezze e competizione, capovolgono lo stato delle cose e rivoluzionano il loro mondo.

    7. Gli uomini

Non sono gregari, spalle delle madri che lottano e si graffiano. Ti accorgi che sono impalcatura della storia, e non solo nel lato negativo condito di violenza e sopraffazione. Lo sono nel tentativo di uscire dal pantano della crisi del maschio in cui sono scivolati, insieme ad altre 4 generazioni almeno. Lo sono quando provano a entrare nell’educazione dei figli, quando li mettono a letto e quando ci giocano. Uomini potenti, che lavorano, che fanno girare milioni di dollari con un click e che credono nell’accudimento dei bambini. Solo che per le donne, abituate a fare da sole, non sempre è chiaro che possono concedersi la condivisione anche delle fatiche emotive. Vince il Golden Globe il cattivo della serie, Alexander Skarsgård, che proprio all’ultima puntata diventa protagonista di ben due delle storie raccontate. E fa la fine che, biecamente, ci auguriamo che faccia fin dalla seconda puntata.

Photo Credits: HBO – Getty