Potente, visivamente straordinario e coinvolgente:
Blade Runner 2049 è un sequel che funziona. 

La nostra recensione del film di Denis Villeneuve con Ryan Gosling e Harrison Ford

A 35 anni di distanza dalla pellicola di Ridley Scott, che rivoluzionò il genere fantascientifico diventando uno dei film più amati di sempre, è uscito nelle nostre sale Blade Runner 2049, sequel del cult Blade Runner (1982).

Dopo mesi di attese, ipotesi e speranze, siamo stati nuovamente catapultati nell’universo distopico e cyber-punk nato dall’immaginario di Philip K. Dick.
Carichi di aspettative e con un pò di timore per l’inevitabile paragone con la pellicola originale, siamo qui chiamati a recensire Blade Runner 2049.

Alla regia uno che di sci-fi se ne intende: Denis Villeneuve, reduce dal successo planetario di Arrival, raccoglie quella che forse è (finora) la più grande sfida della sua carriera.

Protagonisti della pellicola sono Ryan Gosling, che interpreta l’agente K, e il sempreverde Harrison Ford, ancora nel ruolo dell’iconico Rick Deckard. Fanno parte del cast anche Robin Wright, Dave Bautista, Sylvia Hoeks, Ana de Armas e Jared Leto nei panni del villain.

Tra i dettagli tecnici vi occorre sapere che la fotografia è stata affidata al grande Roger Deakins, 13 volte candidato all’Oscar, ma finora rimasto senza statuetta. Le musiche (e che musiche!) sono state realizzate dall’incredibile Hans Zimmer, mentre Ridley Scott ha partecipato al progetto in veste di Produttore Esecutivo.

NO SPOILER, PLEASE!

Per offrire al pubblico di tutto il mondo l’opportunità di vivere al meglio Blade Runner 2049 e scoprire al cinema tutte le sorprese contenute nel film, ci asteniamo dal rivelare, nella nostra pubblicazione, eventuali spoiler e dettagli sulla storia. Questo perché ce lo ha chiesto Denis Villeneuve in persona. E noi rispettiamo il volere dell’autore.

AVETE MAI ASSISTITO A UN MIRACOLO?

Blade Runner 2049 è un miracolo di sequel. Lo è per la sua resa visiva, lo è per la sua storia, lo è, soprattutto, per la capacità di Denis Villeneuve di trasporre in maniera magistrale la desolazione e gli effetti devastanti della presenza dell’uomo sulla terra, scenario distopico e indesiderabile che ci aveva accompagnato nel film progenitore e che viene ricostruito e plasmato nel futuro. Dal buio notturno incessantemente interrotto dalle luci al neon, in Blade Runner 2049 viene mostrata anche la luce del giorno, i colori intensi dell’ocra del deserto, avvolto nella nebbia o nella polvere.

Più umano dell’umano” era il claim della Tyrell Corporation, generatrice di replicanti, umanoidi bioingegnerizzati forti e potenti, incapaci di provare grandi emozioni, con una data di scadenza e utili come schiavi. I replicanti, però, contrariamente alla loro natura di meri esecutori, lottarono per ottenere l’agognata libertà.

Anche i replicanti messi in scena da Villeneuve sono alla ricerca dell’essenza dell’umanità ma si sono evoluti: hanno sogni, pulsioni e sentimenti. Sono costruiti, programmati e innestati artificialmente attraverso dei finti ricordi. Ricordi che nel primo film erano l’elemento da cui poter scorgere la natura meccanica dei replicanti (unicorni come se non ci fosse un domani!) e che, in questo nuovo capitolo, sono il cardine della storia. Il racconto porta con sé molte rivelazioni e il regista mette in scena splendidamente, attraverso l’uso di silenzi e di sguardi dei personaggi, il tormento dell’anima umana (o replicante) di fronte alla necessità di conoscere e trovare il proprio posto nel mondo.

Se Blade Runner era caratterizzato da inquadrature intrise di oggetti, tipicamente anni ‘80 e kitsch, in Blade Runner 2049 è l’essenzialismo a farla da padrone.

Gli interni sono basic, mentre gli esterni caotici e devastati, che restano fedeli agli originali, rappresentano un fiume di esistenza che viaggia per inerzia, ma che in questo nuovo mondo resta ordinato grazie ad argini ben definiti.

Trascendendo la fantascienza più pura, in Blade Runner 2049 c’è spazio anche per la rappresentazione dell’amore, quello virtuale. La caratterizzazione dei personaggi (reali o non), come nel caso dell’ologramma Joy, è ineccepibile. Il ritorno dell’agente Deckard, e di un Harrison Ford in splendida forma, non si riduce a mero cameo o a revival di un personaggio passato: la sensazione che si ha è quella di ritrovare un volto conosciuto, un uomo consumato dalla vita ma che ha conservato la stessa grinta (e disperazione).

L’unica nota dolente di un sequel che ha tutte le carte in regola per poter diventare un nuovo cult è il villain. Jared Leto, ancora una volta, fatica a trovare un ruolo in un blockbuster adatto al suo talento, a dimostrazione che, pur essendo anche un premio Oscar, il ragazzo dovrebbe dedicarsi di più al cinema indipendente. Chiamato a interpretare Niander Wallace, fondatore della Wallace Corporation, fabbrica di replicanti che persegue i suoi sogni di gloria, l’attore non convince. Leto, da camaleontico interprete fedele al metodo com’è, è ridotto a una comparsa ed è poco incisivo. I suoi monologhi molto aulici e trascendentali lo rendono poco raggiungibile dal pubblico, esattamente l’opposto di Roy Batty, il quale a suo tempo permise agli spettatori di chiedersi chi fosse il vero cattivo della storia.

Chi convince, invece, sono i ruoli femminili dell’opera. A partire dalla deliziosa Ana de Armas, passando per la “valletta” di Wallace, la perfida Sylvia Hoeks, e la talentuosa Robin Wright.

Il protagonista Ryan Gosling regala una performance “anomala”: potente e incisiva per alcuni versi e giustificatamente statica per altri. Ma non possiamo e non vogliamo aggiungere elementi al suo personaggio che, in ogni modo, regala grandi emozioni.

HO VISTO UNA FOTOGRAFIA CHE VOI UMANI…

Superando le performance attoriali, il leading role di Blade Runner 2049 è del direttore della fotografia di cui vi abbiamo accennato qualche paragrafo fa: Roger Deakins, che mai come in questa occasione crea e illumina. Come lo sceneggiatore fa con le parole, Deakins scrive con la luce sottolineando la grande capacità di un autore di imprimere nell’opera un tratto del tutto personale e ideativo. Una fotografia che dà senso e rilievo agli spazi, in altezza, in larghezza, e nella profondità attraverso giochi di luci e ombre conferendo l’atmosfera a ogni straordinaria inquadratura.

Se di miracolo si può parlare (nel film, statene certi, se ne parla), questo lo è. Denis Villeneuve realizza un film assolutamente degno del suo predecessore. Un omaggio al Blade Runner di Ridley Scott, preso come punto di partenza per ampliare e approfondire il mondo di Philip K. Dick e i suoi dilemmi: si può essere più umani degli umani?