Grazie alla sensibilità della Universal Pictures, il 14 marzo è arrivato nelle sale italiane Boy Erased – Vite Cancellate, il nuovo film diretto (e anche interpretato) da Joel Edgerton.

Questa la sinossi:
“Jared, un diciannovenne figlio di un pastore battista e di una credente residenti in una piccola cittadina dell’Arkansas, dopo esser stato forzatamente costretto a far coming out con i due genitori, viene obbligato a partecipare a una terapia di conversione dall’omosessualità per non esser esiliato dalla famiglia e dagli amici. Durante questa esperienza il ragazzo si scontrerà con il suo terapeuta, Victor, che guida il programma di recupero chiamato “Love in Action”.” 

Probabilmente, tra centinaia di anni, ricorderemo il 21° secolo per le lotte dedicate all’identità e alle rivendicazioni a essa correlate. Oggi, però, non è ancora affatto scontato poter uscire di casa e sentirsi liberi di essere chi si è nella più recondita parte di se stessi, di professare i propri sentimenti verso chi meglio si crede nonostante l’apertura e la “modernità” che continuamente si sostiene di avere nei più comuni dialoghi.

 Chi può amare chi? Dove? Per quanto?

Da un problema sociale diventa un problema politico, da un problema politico si trasforma in un problema economico distruggendo sentimenti, desideri e persone. Eppure non è nulla di tutto ciò, men che meno un problema.

Boy Erased – Vite Cancellate ci aiuta a ricordare come la propria sessualità, la propria identità, non sia nulla di politicamente influenzabile, di economicamente valutabile. SI parla di persone, non di leggi o numeri.

Valicata questa importante distinzione, immersi in una piacevole orchestra di archi che tra alti e bassi enfatizzerà tutto ciò che accadrà durante il film grazie al lavoro di Linda Cohen, inizia la storia autobiografica di Garrard Conley, nel film chiamato Jared Eamons , interpretato da Lucas Hedges.

Il giovane attore, al fianco di due grandi volti come Nikole Kidman e Russel Crowe, dà prova di grande bravura rubando più volte la scena ai due premi Oscar. Tra dettagli, inquadrature dedicate ai volti dei protagonisti, alle loro reazioni dettate dai contrasti che si ritrovano a vivere, la sinergia tra la tecnica di Joel Edgerton (che per “deformazione professionale” dà il meglio di sé con gli attori) e l’esperienza dell’attivistà americano creano un film crudo, incisivo e determinante per il contesto storico che viviamo globalmente.

Ci si può ancora permettere di parlare di etichette e moralità? Possiamo ancora definirle attraverso gli occhi di un’istituzione ormai secolarizzata e incapace di stare al passo con l’evoluzione delle conoscenze dell’uomo? In parte… sì. C’è chi lo fa e il film non risparmia di mostrarci tanto le ingiustizie inflitte (e non parliamo solo sul piano fisico quanto su quello psicologico) quanto le conseguenze che queste possono avere sulla vita di un adolescente Non si parla di redenzione, non si parla di correzione. Si parla di lotta per la vita. Si parla di trovare la forza per andare avanti o fermarsi.

Possono dodici giorni in una struttura a porte chiuse colmare il presunto vuoto lasciato da Dio e colmato dall’omosessualità, da pensieri impure e dal peccato? A quale prezzo? Perché? Queste le domande che il film pone e alle quali non pretende di dar risposta ma di trovarle noi attraverso fatti e personaggi veri, credibili e scomodi.