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Affascinante, elegante e… indomita.

Cate Blanchettè stata senza alcun dubbio la protagonista assoluta di questa seconda giornata della Festa del Cinema di Roma. L’attrice australiana è giunta in Italia per presentare Il Mistero della Casa del Tempo, film di Eli Roth in uscita il 31 ottobre.

La conferenza stampa alla quale abbiamo partecipato è stata quasi interamente dedicata al film ma c’è stato modo di spaziare anche su altri argomenti, come il rapporto della Blanchett con le proprie costumiste per lei “fondamentale per calarsi nel ruolo, soprattutto su film fiabeschi come questo”.

Ma cos’è per lei la magia? Facile: l’esser in grado di trasformarsi. “Mi è piaciuta tantissimo la sceneggiatura e il fatto che porti la magia nel mondo reale. Fin dai tempi degli sciamani, passando per i grandi alchimisti, la magia è sempre stata vista come “trasformazione”, pensate al piombo in oro. E questo va di pari passo con quel che penso: non dobbiamo restare nel posto dove siamo nati, fermi, ma dobbiamo andare avanti, cambiare e trasformarci. E il film spiega questo. Per esempio, bisogna reagire alle etichette che ti impongono a scuola e diventare più forti quindi trasformarsi”.

Ed è parlando di scuola e bambini che l’attrice ha aggiunto: “Ho quattro figli, è un enorme responsabilità. Una volta non esisteva il concetto di infanzia, è stato strutturato nel 19° secolo e sviluppato in questi secoli, per questo credo che oggi i ragazzini siano più consci e capaci di capire il complesso mondo che ci circonda. Per una attrice come me è importante. E quante volte si impara da loro? Dalle loro domande? Io, per esempio, per preparami a questo ruolo li osservavo mentre leggevano il romanzo dal quale è tratto il film. Poi, però, la responsabilità resta a chi li accompagna al cinema, a chi pone le domande o a chi vi risponde dopo esser usciti dalla sala.”

E discutendo proprio sull’importanza dell’essere genitori, la pluri-madre ha spiegato che non c’è autobiografia nell’interpretazione del suo ruolo, Mrs. Zimmerman, “La mia vita mi annoia, non capisco cosa ci trovi di interessante la gente. Per questo quando preparo un personaggio non osservo me ma il mondo che mi circonda.” Lo stesso discorso vale per ispirazioni provenienti da altri libri o film. Quando legge o guarda, che siano libri, film o mostre, non pensa a come utilizzare in futuro ciò che assimila. Accadrà spontaneamente se necessario.

Sviluppare questo concetto al fianco di Eli Roth, è stato un piacere per l’attrice trattandosi di un regista celebre anche per aver realizzato numerosi film horror, genere da lei molto apprezzato: “Da bambina ne guardavo fino a 5/6 il fine settimana. In fondo… veniamo attratti da quello che ci spaventa per questo continuo ad accettare ruoli che mi spaventano. Penso sempre che sia la fine della mia carriera”.

Ad inizio articolo, non casualmente, abbiamo usato un aggettivo: indomita. Questo ritornerà molto spesso durante la visione in sala del film, ma Cate Blanchett lo è? Sì, ma non per le sue vittorie (meritate o meno) come ci tiene a precisare riferendosi ai suoi due Oscar, quanto per i suoi fallimenti: da questi, sottolinea, si traggono preziosi insegnamenti, si cade e ci si rialza riflettendo sull’errore commesso. “Questo è essere indomiti. Soprattutto quando sei sotto i riflettori e devi saper gestire le critiche, prima dei complimenti.”

E nel film c’è una frase pronunciata proprio dall’attrice che fa pensare esattamente a questo: “Esser genitore è avere sempre paura ma continuare a esserlo”. Così ha tenuto a spiegare che i protagonisti del film (indomiti a loro modo) “sono tre persone orfane in modo diverso, tutte e tre hanno perso qualcosa e si ritrovano insieme per lottare ed esser forti. Ed è così che si formano le famiglie, anche se non sempre sono state riconosciute. Non c’è alcuna differenza se c’è amore.”