Il regista italiano Luca Guadagnino insieme al giovane Timothèe Chalamet e all’affascinante Armie Hammer hanno presentato oggi a Roma il commovente film Chiamami col tuo nomein uscita il 25 gennaio. La pellicola, narrante una storia d’amore gay tra due giovani dell’alta borghesia, ha conquistato pubblico e critica ricevendo ben quattro nomination agli Oscar®.

Riguardo il concept della storia, Luca Guadagnino lo definisce come un’ideale del suo concetto di famiglia:

“Non penso sia un film su una storia d’amore gay, per me è più un film sull’aurora di una persona che diventa un’altra persona, un film sul desiderio che non conosce definizioni di genere e infine è anche un film sulla famiglia. Ho molto pensato che potesse essere il primo passo verso il canone disneyano, inteso come un tipo di racconto emotivo in cui il gruppo di famiglia è un luogo in cui ci si migliora a vicenda. Pensiamo alla trilogia di Toy Story, dove un gruppo di misfits sgarrupati si unisce e forma una specie di famiglia”.

Un’affermazione divertente che fa sorridere anche i due protagonisti ed è così che prende la parola Chalamet, il quale commenta: “In realtà io faccio solo film disneyani! A parte gli scherzi, in realtà in fondo è in parte vero, ma sopra ogni altra cosa c’era il mio desiderio di lavorare con Luca Guadagnino perché è raro per un attore a questa età trovare un ruolo di questo genere e poter lavorare con registi tanto bravi con una carriera già significativa. Come attore il mio compito è rendere giustizia al personaggio e alla storia, essere aperto e non sentirmi vulnerabile nei confronti del personaggio. Sentivo la responsabilità di portare verità in una storia molto conosciuta, vista l’estrema popolarità del libro, soprattutto in America, ma non solo”.

Chiamami col tuo nome, un film sulla scoperta della propria sessualità, può aver arricchito gli attori coinvolti? Chalamet risponde affermativamente aggiungendo: “L’altro giorno parlavo del film con un regista e dicevo che il monologo di Michael Schulbarg alla fine, che è il cuore del film, parla di come ci si rapporta all’amore e di come si affrontano l’istinto e la sessualità, e lui mi ha detto che secondo lui quella scena ha più a che fare col dolore. E ripensandoci penso abbia ragione. Ho letto il libro cinque anni fa, quando si è cominciato a parlare del film, ho ritrovato la mia copia di recente e ho visto che avevo sottolineato tutto il monologo, che ci dice che c’è magari un momento in cui si soffre e ci si sente distrutti ma che proprio per questo è inutile aggiungere dell’altra sofferenza, non serve a niente”.

Armie Hammer prende parola per sottolineare di come sia rimasto soddisfatto nel lavorare con un regista come Luca Guadagnino:

“Luca ha un equilibrio meraviglioso, ci sono registi che si intromettono molto e ti dicono di fare una cosa, di spostarti in un certo modo, e invece con lui c’è un’incredibile libertà, esaltata dal fatto che abbiamo girato con un’unica mdp (una 35 mm.) con un unico obiettivo, per cui una volta scelta l’inquadratura era come stare in una pièce teatrale e ci lasciava liberi di fare quello che avevamo bisogno di fare, come toccare o prendere in mano certi oggetti. E se la cosa funzionava ti lasciava vivere in quello spazio e andavamo avanti mentre se non andava interveniva, in modo non invadente e ti faceva delle domande che ti riportassero dove dovevi essere. Ti chiedeva: «”Dove sei adesso? Non sei qua, ho bisogno che tu sia qua adesso». È una cosa che non capita spesso ma molto utile a un attore per essere riportato al personaggio”.

Chiamami col tuo nome è stato un duro lavoro che ha, però, portato ottimi risultati come le nomination ai Golden Globes e agli Oscar, premi che il regista attende da quasi vent’anni: “…ero con una mia amica in viaggio sull’autobus 64, quando passando davanti al Vaticano e le dissi ‘Certo non diventerò mai Papa, ma una nomination all’Oscar potrei anche ottenerla!'” 

E noi ci auguriamo che qualche statuetta possa portarsela a casa! 

Photo Credits: Sony Pictures IT