Jamie Dornan e Dakota Johnson tornano al cinema con il capitolo conclusivo della saga:
da oggi al cinema Cinquanta Sfumature di Rosso

Cinquanta Sfumature di Rosso inizia con una serie di inquadrature dove l’unico colore che vige è il bianco.

Soggetti sovraesposti, ricchi di luci provenienti da ogni dove, ambienti silenziosi, una serie di accurati particolari che ci aiutano a capire che, proprio dove il film precedente ci aveva lasciato, stiamo per assistere al matrimonio di Christian Grey e Anastasia Steele.

Purtroppo, però, il nuovo contratto siglato tra i due, questa volta non per meri rapporti sessuali bensì per amore, è destinato a presentare gli stessi problemi delle pellicole precedenti. 

Nulla è cambiato: dalla scarsa empatia degli attori protagonisti, che spesso sembrano non avere ben chiaro il loro ruolo nella storia (al contrario dei comprimari, in grado di sorreggere intere scene), al repentino cambio di sequenze dovute sicuramente alla struttura e alla scarsa qualità dell’omonimo libro su cui poggia il film, ma anche all’incapacità di James Foley di realizzarne un adattamento cinematografico omogeneo e non ancora chiaramente suddiviso in capitoli. Il pathos, la suspense, in quello che doveva essere il “thriller” della trilogia, è pari a zero.

Ma l’aspetto peggiore sta nelle frequenti scene di sesso.

Non basta mostrare manette, lacci o il corpo di Dakota Johnson (per quanto bello esso possa essere) per far percepire allo spettatore l’intensità del piacere delle pratiche BSDM che hanno portato i libri alla loro celebrità. Non è sufficiente far vedere i muscoli di Jamie Dornan, vibratori o stanze rosse che siano. Basterebbe far raggiungere l’apice del piacere in questi contesti sessuali. Non siamo più sulla carta stampata, dove l’immaginazione governa le immagini, ma su uno schermo dove fin quando non termina la pellicola il rapporto è esattamente opposto.

Non è chiedere l’impossibile. Non è chiedere ciò che negli anni ’60 e ‘70 facevano già un Luis Buñuel con “Bella di Giorno”, un Pierpaolo Pasolini con il suo testamento “Salò o le 120 giornate di Sodoma” o un Bernardo Bertolucci con “Ultimo Tango a Parigi”, in modo fin troppo esplicito. È chiedere il giusto compromesso per dare un senso a quella che doveva esser la peculiarità di questa trilogia. Il Rating non può esser una giustificazione.

Anche questo capitolo finale, dunque, si conferma un tentativo fallito di portare in sala una relazione diversa dalle più tradizionali alle quali siamo abituati, tra drammi mal espressi (che possano essere crisi di fiducia o l’incapacità di affrontare nuove situazioni di coppia) e piccoli momenti di ironia (dove i due interpreti giocano meglio, lasciando allo spettatore il compito di cogliere il sarcasmo).

Nota di merito alle musiche di Danny Elfman e ai numerosi brani radiofonici che compongono la colonna sonora in grado di trasportare lo spettatore laddove gli attori non riescono, complice la fotografia di John Schwartzman e splendidi ambienti, proprio come accadeva in Cinquanta Sfumature di Grigio e Cinquanta Sfumature di Nero.

L’unico rosso che vediamo al cinema non è quello della passione o del sangue, bensì quello che mette uno stop definitivo alle sfumature di E.L. James.

Photo Credits: Universal Pictures International Italy