Il binomio è un incontro, una somma algebrica di due quantità. Ho sempre pensato, infatti, che “Magia” e “Disney” costituissero una formula binomiale perfetta. E ci sono molte regole che potrebbero essere enumerate, ma in maniera sintetica si potrebbe dire che Disney (ancora una volta insieme a Pixar) sia riuscita a creare un sogno psichedelico, colorato e compiuto in ogni sua parte, che emoziona sollecitando sentimenti puri e facendo versare lacrime a grandi e piccini.

È il caso dell’ultimo lungometraggio Coco, in uscita nelle nostre sale il 28 dicembre. Coco ha come protagonista un vivacissimo e talentuoso ragazzino messicano, Miguel Rivera. Il giovane ama la musica e in particolar modo adora canzoni e storia di uno dei musicisti messicani più famosi del paese: Ernesto de la Cruz. La sua passione, però, non può essere condivisa perché per motivi “passionali”, la musica è stata bandita per sempre dalla Famiglia Rivera. Dovrà quindi fingere di essere interessato al mestiere dei suoi parenti che, da diverse generazioni, sono insuperabili produttori artigianali di scarpe (zapateros), coltivando in gran segreto il suo amore per la musica.

La fabbrica dei sogni Disney.Pixar ci trascina così in questa nuova avventura e ci descrive tradizioni nuove, quelle ancora inesplorate del frizzante e folcloristico Messico. E se di magia si parla, ciò che rende perfettamente magico Coco è l’utilizzo sbalorditivo della luce e del colore. D’altronde, a confermarci la professionalità del lavoro di illuminazione degli Studios è stata proprio Kim White (Director of Photography – Lighting dei Pixar Animation Studios) durante View Conference. Le sequenze di Coco non sono solo esteticamente eccezionali e visivamente incantevoli, tutto ciò che scorre sullo schermo è espressione dei personaggi e dei fatti narrati: a dominare, oltre alla complessità estetica, è l’importanza dello storytelling.

Le storie possono essere viste come percorsi che collegano insieme, in svariati modi, punti diversi del continuum culturale di una tradizione, ed è quello che Coco racconta. Partendo dalla festa del Día de Muertos, la ricorrenza religiosa più importante del Messico, giorno in cui si commemorano i defunti con musica, bevande e cibi tradizionali dai colori vivi, combinati a numerose rappresentazioni caricaturali della morte. Tutto questo non viene dimenticato da Adrian Molina (già story artist di Monsters University). C’è quindi spazio per la descrizione della “ofrenda“, un vero e proprio altare che le famiglie messicane costruiscono nelle loro case, formato da foto dei cari ormai scomparsi, elemento fondamentale per l’economia di questo lungometraggio d’animazione.

Se di Messico si parla, e se paradossalmente il protagonista di Coco non può suonare o cantare, il popolo caratteristico della città in cui la storia di Miguel prende vita, non dimentica nemmeno per un istante l’importanza che le note musicali hanno per questo paese: ci sono i mariachi, gruppi musicali tipici dell’ovest del Messico, il bolero e la sua danza tipica, la canzone ranchera e l’immancabile guitarrón.

Coco vive di cultura, di citazioni, di musica e di sogni. Ma nel momento in cui Miguel, per un gioco del destino, rimane intrappolato in un limbo, i nostri occhi si spalancano, come le porte della Terra dell’Aldilà. La maggior parte del film è ambientata nell’oltretomba in un perfetto connubio di ironia e sentimenti.

Qui Miguel trova il suo compagno di avventura Héctor e insieme intraprenderanno uno straordinario viaggio alla scoperta della storia, mai raccontata, della famiglia Rivera. I sogni di gloria (musicali) di Miguel si sviluppano parallelamente al dramma che Héctor deve affrontare: egli vuole disperatamente attraversare il ponte di fiori che collega i vivi e i morti per poter raggiungere spiritualmente la sua famiglia. Disgraziatamente, però, se nessuno nella Terra dei Vivi si ricorda di te in prima persona e mette la tua foto su una ofrenda, allora non c’è nessuno che possa accoglierti o aiutarti a oltrepassare i controlli.

Ed è a questo punto che Coco stimola la sensibilità dello spettatore, affrontando con una delicatezza disarmante il tema del ricordo. Lo fa con una canzone che vi colpirà stomaco, cuore e anima: Recuérdame (Ricordami, cantata in italiano da Michele Bravi). Il concetto di memoria non si limita però ad un concentrato di musica e abbracci sullo schermo, perché avrete gli occhi lucidi anche dopo la fine dei titoli di coda per quello che questo film vi lascerà dentro.

In fondo la magia Disney.Pixar è questa: colpire quanti più sfere sensoriali possibili con la grazia di una prodigiosa esperienza cinematografica. Grazie, ancora una volta.

Photo Credits: Disney.Pixar