Appena presentato alla 71ª Edizione del Festival di Cannes, Dogman è un ritorno alle atmosfere cupe de L’Imbalsamatore.

Dogman non è tanto il racconto di come Pietro De Negri diventò il Canaro della Magliana per aver ucciso in modo brutale l’ex pugile dilettante Giancarlo Ricci.
Il film prende solo alcuni spunti per poi allontanarsi da questo fatto cronachistico, preoccupandosi di raccontare l’ambiguità del rapporto tra Marcello e Simoncino. Un legame di stretta dipendenza l’uno dall’altro, fatto di sottomissioni, di vendetta.
Marcello è il proprietario di un negozio di toelettatura per cani, un uomo modesto, benvoluto da tutti. Un negozio, il suo (tutto il suo mondo e il suo rifugio), che si trova nel mezzo di una periferia sospesa tra metropoli e natura selvaggia, un’ambientazione da film western nella quale l’unica legge sembra essere quella del più forte.
Ma la vita di Marcello non si divide solo tra l’amore per sua figlia Alida e per quello verso i cani, unici momenti davvero spensierati, di fuga da tutto ciò che lo circonda. La sua vita si basa anche sul quel rapporto ambiguo con Simoncino, ex pugile che terrorizza il quartiere.

Figlio di una gestazione durata circa dieci anni, Matteo Garrone (a distanza di tre anni da Il racconto dei racconti) crea un film di così raro e semplice impatto.
La regia è semplice, segue con macchina a mano i protagonisti in preda ai loro dualismi tra umanità e bestialità, senza possibilità di redenzione. È chiaro sin dall’inizio: non c’è nessuna possibilità di salvezza.
In questo non-luogo, Marcello è l’unico portatore di dolcezza, con un solo desiderio: fare parte di una comunità, di un qualcosa che lo possa rendere partecipe, inserito. Un uomo che dopo una vita passata a subire umiliazioni decide di riscattarsi, illudendosi di aver liberato non solo se stesso, non solo il proprio quartiere ma, forse, addirittura il mondo.
Un mondo che rimane sempre lo stesso, quasi indifferente.

Dogman, indaga semplicemente e così profondamente l’animo umano ed i suoi aspetti più feroci, più cupi, più animaleschi.
Un’atmosfera creata, oltre che da Garrone stesso, dalla fotografia di Nicolaj Bruel priva di colori, se non quelli freddi, da musiche di tensione assoluta (di Michele Braga) e da tanti fuori campo ricchi di significato.
Ma dietro, in questo davanti, a un grande film c’è sempre un grande cast.
Ogni personaggio incluso nel film ha un ruolo preciso, nessuno fa scenografia. Ma sono due le interpretazioni coraggiose e di carattere: quella di Edoardo Pesce, nei panni di Simoncino, e quella di Marcello Fonte.
E, guardando il film, si capisce come mai Garrone abbia ripreso concretamente in mano il progetto solo dopo aver incontrato Fonte, uomo dolce e dal volto antico (pasoliniano, si potrebbe dire) che incarna quella dolcezza e senso del sopravvivere del suo omonimo sullo schermo: quel Marcello che cerca di tenere a bada i soprusi e le umiliazioni come se fosse il cane nella vasca di inizio film.