A distanza di sette mesi dall’uscita americana (che avveniva con il nome di Roman J. Israel, Esq.), grazie a Warner Bros. il secondo film di Dan Gilroy sta finalmente per arrivare nelle sale italiane il prossimo 31 maggio. Il nome della pellicola, però, sarà End of Justice: Nessuno è Innocente.

Il film mostra la carriera di un determinato avvocato difensore, Roman J. Israel, caratterizzata da un tenace attivismo ambientato tra le viscere del sovraccarico sistema giudiziario di Los Angeles. La sua vita viene stravolta quando una serie di turbolenti eventi si scontra con i suoi ideali, tra ricchi e ambiziosi avvocati che vogliono assumerlo nel loro studio legale e una ben più giovane e affascinante volontaria che vede in lui una fonte di ispirazione.”

Conta di più l’intenzione o l’azione? C’è un caso in cui un imbroglio, un delitto o più genericamente un reato potrebbe esser giustificato dai fini che si perseguivano compiendolo? End of Justice: Nessuno è Innocente prova a far ragionare il suo pubblico su questo storico dilemma che fin dalla nascita delle prime società regolate da etica, morale e leggi ha messo in difficoltà imperatori, re e studiosi.

Dan Gilroy, ovviamente, non è il primo regista che si mette dietro la macchina da presa con questo intento, tuttavia dopo aver debuttato in sala appena quattro anni fa, con Lo Sciacallo – The Nightcrawler, la curiosità di vedere come avrebbe gestito il dirompente successo che lo travolse nel 2014, ancora una volta alle prese con la psiche dell’uomo e della società, dovrebbe essere molto alta.

La riposta è bene (ma non benissimo, direbbe qualcuno).

Il film riesce a reggere due ore di proiezione attraverso una serie di cambi di direzione di attenzione. Se nei primi minuti ci fa immaginare che vedremo la classica lotta tra l’uomo di colore, anziano e in piena crisi esistenziale contro la propria nemesi, bianca, giovane e di successo, una serie di turning point, posizionati come il miglior cinema classico richiede, sono in grado di spostare la narrazione verso situazioni che permetteranno a Denzel Washington di dare il meglio di sé.

Sarà ben poco riconoscibile rispetto alle performance alle quali ci aveva abituato e che ci stava già facendo dimenticare con film come Barriere (da lui diretto), lasciando da parte la bellezza del suo corpo per favorire la creazione di un personaggio che nonostante sia in grado di spiegarsi tanto con le parole quanto con la posizione viziata del suo collo, ha gli occhi leggermente socchiusi e il labbro corrugato. Tutti motivi più che validi per comprendere la recente candidatura agli Oscar come Miglior Attore Protagonista.

E nonostante la bravura di due attori di supporto come Colin Farrell, calatosi sempre meglio in ruoli di sostegno come quello di George Pierce, e Carmen Ejogo nei panni di Maya Alston, il film ha il vantaggio di poter contare su due aspetti tecnici perfetti che sempre più attirano lo spettatore: la fotografia e la musica.

La sinergia tra immagini e suoni, rispettivamente gestiti da Robert Elswite James Newton Howard (già collaboratori di Dan Gilroy ne Lo Sciacallo – The Nightcrawler), contribuiscono a creare il giusto clima per enfatizzare i conflitti interiori dei diversi personaggi, tra un vinile e una ripresa perfetta degli edifici metropolitani o residenziali di Los Angeles.

End of Justice: Nessuno è Innocente è dunque un buon film che vuole parlare sia a chi ha già preso parte al dibattito dedicato alla giustizia sia a chi ci si sta avvicinando, per motivi puramente demografici, in questi anni. E forse è qui che il copione poteva esser migliorato, nonostante i ritocchi che il montaggio ha sapientemente compiuto sul film che vedrete in sala (dopo una serie di test screening compiuti in America).

Sappiamo a chi dobbiamo le conquiste che oggi ostentiamo? Quali percorsi e quali sacrifici hanno portato alla “società moderna”? Roman J. Israel, Esq. proverà a farcelo capire.