Dalle stelle di Los Angeles alla Luna: First Man di Damien Chazelle ha aperto la 75° edizione della Mostra del Cinema. Il regista di La La Land si conferma uno talenti più grandi della sua generazione

Damien Chazelle, a due anni di distanza dal successo planetario di La La Land, ritorna al Lido di Venezia per aprire la 75° edizione della Mostra del Cinema con un biopic lunare, la storia di Neil Armstrong. First Man (questo il titolo della pellicola) è un historical space drama che racconta con estrema delicatezza l’uomo prima dell’astronauta. Sì, perchè il regista, che di anni ne ha solo 33, ci ha abituati ad uno stile tutto suo, intimo e delicato. Un ragazzo che si muove con rigorosa maestria e destrezza davanti alla macchina da presa. 

First Man consacra Damien Chazelle. Non che ci fossero dubbi sulla sua formazione e sulla professionalità, ma l’utilizzo che lui fa della macchina a mano rende quest’ultima opera terribilmente reale: il regista crea un punto di vista che è ovviamente quello del protagonista, ma che immerge lo spettatore a 360 gradi. Una volta con piani ravvicinati, un’altra con cura dei dettagli, il senso di partecipazione alla scena si acuisce sempre più, in particolar modo nelle scene all’interno delle capsule, claustrofobiche e quasi nauseanti. 

Il percorso che ha portato l’uomo sulla Luna non fu semplice. Armstrong si lasciò alle spalle una lunga scia di colleghi morti e funerali, compreso quello della figlia, che come è noto è morta piccolissima a causa di una grave malattia. Per questo Ryan Gosling ci mostra il lato più conosciuto di Neil, quello introverso, timido, scontroso, riflessivo e taciturno. E se qualcuno vi dirà che il bel Ryan è mono espressivo, voi non credeteci perchè la coppia Chazelle/Gosling funziona alla grande. 

Non è da dimenticare la performance dell’elegante Claire Foy. L’attrice, meglio conosciuta per The Crown, è intensa e interpreta una perfetta madre di famiglia. Logorata dal dolore, asseconda il marito pur consapevole dei rischi che una missione del genere comporta. 

First Man non è solo il racconto di un fatto storico. È una narrazione articolata, fatta di prospettive: lo sbarco sulla Luna è l’obiettivo della Nasa, dell’uomo in generale e di un uomo in particolare. È un percorso quasi di liberazione per un singolo, è un discorso politico per la collettività. In questo Chazelle riesce ad alternare momenti più tecnici e ingegneristici ad attimi drammatici e intimi con precisione millimetrica. La ricostruzione fotografica e il montaggio sonoro completano un’opera maestosa, che a vederla senza conoscere il regista verrebbe da pensare che non sia nato nel 1985.

In First Man non si canta e non si balla, ma non per questo la musica è meno importante: a chi potrebbe mai venire in mente di raccontare un rendezvous (manovra effettuata da due oggetti in volo nello spazio, solitamente una navicella spaziale ed una stazione orbitante passiva intorno alla Terra) quasi come fosse un ballo tra due amanti tra le stelle? 

Se Armstrong aveva compiuto “Un piccolo passo per l’uomo e un grande balzo per l’umanità”, Chazelle riesce ad aggiungere un tassello in più alla sua cinematografia, regalando qualche tocco di romanticismo e familiarità ad una storia estremamente drammatica. Indimenticabile.