LA RECENSIONE DELL’ATTESO GODZILLA II: KING OF THE MONSTERS

Grazie alla Warner Bros Entertainment Italia, dal 30 maggio è in sala Godzilla II – King of the Monsters, il terzo capitolo del “MonsterVerse” lanciato nel 2014

Questa la sinossi:
Dopo cinque anni dagli accadimenti di Godzilla, l’agenzia cripto-zoologica Monarch e alcuni membri che la compongono si troveranno ad affrontare una batteria di mostri dalle dimensioni impressionanti, tra i quali il possente Godzilla, che si scontrerà con Mothra, Rodan e la sua nemesi estrema, Ghidorah dalle tre teste. Ma quando queste antiche super specie – ritenute fino ad allora soltanto delle leggende – torneranno alla vita, combatteranno per la supremazia mettendo a rischio l’esistenza della razza umana.

Forse non tutti lo sanno ma un Godzilla – Re dei Mostri e un Godzilla VS Ghidorah o VS Mothra, nella storia cinematografia del personaggio, c’erano già stati. La produzione era prettamente nipponica, la distribuzione non era proficua come quella dei nostri giorni ma in alcuni casi vedeva già la collaborazione della Warner Bros. Entertainment.

A distanza di anni da queste prime volte, in un film che oltre ad avere il compito di amalgamare queste diverse storie dovrebbe consacrare l’ufficialissimo MonsterVerse, ci si aspetta tanto.

Eppure, dopo la visione di Godzilla II – King of Monsters, l’unico pensiero fisso nella nostra mentre sarà il perché Millie Bolly Brown ci abbia messo tanto a debuttare al cinema, vista la sua bravura, la sua empatia e la sua capacità (frutto dell’esperienza sul set di Stranger Things fin da piccola) nel catturarti con i suoi occhi, prima che con la gestualità, mostrando mille sfaccettature della paura e della tensione, sequenza dopo sequenza.

Al suo fianco, Vera Farmiga, Kyle Chandler e Ken Watanabe non sono al suo livello, non riuscendo a suscitare lo stesso sentimento. Questo non accade perché non ne siano in grado o perché la regia e il montaggio del film non ne abbiano enfatizzato la forza, ma perché alla base del film c’è una sceneggiatura ripetitiva e banale persino per un monster movie: un gigante dai piedi d’argilla.

Con dialoghi stereotipati, una continua ripetitività di situazioni e dei rapidi momenti ironici posti nel modo più inappropriato possibile, il film non sembra essere il terzo capitolo di un universo cinematografico che dovrebbe essere in grado di far concorrenza a quanto messo in piedi dai Marvel Studios o dalla stessa Warner Bros. con The Conjuring. Autoconclusivo e ben poco collegato con i tasselli che lo precedono (in particolar modo Kong: Skull Island), sembra quasi che il film abbia paura di ricordare allo spettatore che nel 2020 (appena il prossimo anno) uscirà Godzilla VS Kong, non lasciando alcuna domanda.

Va preso atto del tentativo di unire ancora una volta il film alla mitologia orientale, al fascino dei popoli antichi nei confronti di queste grandi creature (reali o immaginate che siano) ma la percentuale di tempo che il film dedica a ciò (spesso non motivando la presenza o la nascita di personaggi o luoghi inseriti in questo film) è irrisoria rispetto agli scontri tra uomini e titani, alle le scene d’azione e la serietà e il tono dati da una fotografia straordinariamente scura e tetra non aiuta.

Alla monotonia di un governo spaventato e pronto a bombardare i titani, alla follia di una ricercatrice ferita, alla venerazione di uno scienziato dalla pronuncia particolare, alla cupidigia di un gruppo di militari e a un padre-eremita, si interseca un interessante lavoro dedicato all’importanza del suono, ma anche in questo caso con rapidità e leggerezza rispetto alla cura data agli scontri tra bestie.

Questi, per quanto cromaticamente molto pesanti, sono impeccabili, sanno intrattenere e in alcune situazioni regalare delle immagini visivamente d’impatto.

Il problema del sovraffollamento, l’importanza della famiglia e del sacrificio, il concetto legato ai cicli vitali, alla morte e alla rinascita sono solo una cornice a questi colossali scontri che alla lunga tediano lo spettatore, nonostante la spettacolarità. Il problema è l’assenza di situazioni che li controbilancino, che invece di mostrarci l’azione mostrino cosa ha portato all’azione, la causa oltre l’effetto.

Se è vero che “le leggende sono la nostra bussola”, come dice uno dei protagonisti, speriamo che lo stile di questo Godzilla II non sia la bussola del MonsterVerse della Warner, che abbiamo visto esser in grado di dare di più.