Esce oggi nelle nostre sale I Primitivi,
ultimo lavoro firmato Aardman Animations distribuito da Lucky Red

C’è una gran sete di novità nell’attuale panorama dell’animazione occidentale. L’appiattimento dell’offerta proposta dai grandi studi non ha comportato soltanto un abbassamento di target (i film animati che non sono “family friendly” sono ormai una sorta di miraggio), ma anche e soprattutto la mancanza di una pluralità di voci, stili e tecniche, che solo di recente stanno timidamente riemergendo. E del resto, nell’era della computer grafica e dell’iperrealismo, perché mai dovrebbe sopravvivere una tecnica come quella della claymation (la stop motion con la plastilina), figlia di un processo lungo e noioso, nonché necessariamente imperfetta se paragonata con la CGI?

Eppure quando si guardano i maestri della Aardman Animations all’opera in un film ricco, curato e divertente come I Primitivi, non si può non desiderare di proteggere un’arte tanto minuziosa, in cui la passione dell’artista, che poi è quella dell’artigiano, emerge da ogni singolo fotogramma. Dopo le Galline in fuga, i Pirati e il debutto sul grande schermo della pecora Shaun, stavolta la casa di produzione di Bristol, che da 40 anni perfeziona la magia della stop motion, fa un viaggio nel tempo per presentarci i nostri antenati dell’Età della pietra, una banda di personaggi buffi e strampalati che a quanto pare hanno inventato il gioco del calcio.

Apparentemente, l’ultima fatica Aardman potrà sembrare non particolarmente originale: c’è la tribù di cavernicoli che deve scontrarsi con il progresso, il protagonista imbranato ma coraggioso che si ritrova a vestire i panni del leader, un cattivo avido e disposto a tutto per il denaro, e infine ci sono i buoni valori legati allo sport, probabilmente non troppo interessanti se non addirittura retorici per un pubblico maturo. Sotto la maschera però I Primitivi è un film intelligente, non solo perché nasconde dietro l’aspetto scanzonato alcuni temi più sottili (su tutti la colonizzazione – c’è persino una scena in cui Dag e famiglia vengono confinati al di là di un reticolo di filo spinato), ma soprattutto perché lo fa recuperando dal passato la maniera più autentica di fare cartoni animati.

Quello di Aardman è un tipo di cinema al quale non siamo più abituati: è l’animazione che non tenta di scimmiottare il live action, ma prende coscienza del mezzo e lo utilizza in tutte le sue potenzialità, giocando, divertendosi con un approccio “playful” che può andare dalla gag fisica-slapstick alla battuta incalzante condita con il tipico umorismo inglese.

Il ritorno al passato, insomma, avviene nella storia così come nell’approccio del regista Nick Park e della sua crew, che riscoprono attraverso I Primitivi da una parte la bellezza dell’imperfezione della pura stop motion (gli effetti in computer grafica sono pochi e legati più che altro alle scene di massa), dall’altra un’epoca in cui fare animazione era innanzitutto sbizzarrirsi con le gag, far ridere, consapevoli che la risata è in fondo il miglior veicolo verso una riflessione più importante. Riflessione che, tuttavia, non è una meta obbligata: rivedere nella tribù di Dag i tanti popoli profughi  di cui leggiamo sui giornali è un “di più” al quale non si deve necessariamente approdare; I Primitivi è un film genuinamente esilarante nella maniera più sincera possibile, e per una volta tanto basta.