Con Il corriere – The Mule, Clint Eastwood ha rielaborato la concezione del tempo con un film da lui diretto ed interpretato

Il tempo è sfuggente. Scivola tra le dita come sabbia e ogni granello è unico ed inimitabile, un momento che non tornerà.
Ed è così che il tempo diventa l’elemento principale di Il corriere – The Mule, l’ultimo film diretto ed interpretato da Clint Eastwood, lui che, all’età di quasi 89 anni, qualcosa sul tempo l’ha pure imparata.

Un’età in cui fai una somma di ciò che è accaduto nel passato, mentre si va incontro che il tempo che resta: lui che il tempo lo ha sempre reso un fattore centrale nei suoi film e, quindi, nel suo cinema.
Perché in fondo in Il corriere, il buon caro e vecchio Clint, sorriso sornione sempre sul volto, non è altro che una summa del suo sapere, del suo modo di fare cinema, di vestire a pennello i panni di un personaggio per farlo proprio. Un uomo conservatore ma che riesce a vedere oltre il proprio naso, ad essere l’avanguardia, a parlare del suo cinema e, alla stessa maniera, a smontarlo, dando nuovi punti di vista e nuova capacità di critica e autoanalisi.

La storia che stata presa in prestito da Clint Eastwood è quella di Leo Sharp, un uomo di 87 anni, arrestato dalla DEA nel 2011, per traffico di droga: veterano della Seconda Guerra Mondiale, dopo che la sua azienda floriculturista andò in fallimento, trovandosi oberato dai debiti, l’uomo decise di accettare il lavoro di corriere di droga da un cartello messicano.

La storia trasposta la Clint è la stessa, gli anni del protagonista si riducono ad 80 e il nome viene cambiato in quello di Earl Stone: egli si ritrova al verde, è un uomo solo, la sua società fallisce e accetta un lavoro che non richiede altro che guidare un’auto verso una meta ben precisa. A sua insaputa è diventato un corriere di droga, eppure il suo è un lavoro impeccabile e svolto talmente bene che il carico illegale continua ad aumentare.
Ma per quanto insospettabile, sia per l’età sia perché non è mai stato accusato di niente (non ha mai ricevuto una multa in vita sua), Earl finisce nel mirino della DEA e più i carichi aumentano e più viene tenuto d’occhio, più gli errori del passato cominciano ad emergere prepotentemente.

Nelle mani di un altro regista, una vicenda del genere avrebbe potuto assumere dei toni molto più cupi e drammatici, si sarebbe potuto parteggiare per una fazione oppure per l’altra, il pessimismo avrebbe potuto inondare i fatti.
Eppure Eastwood ha immesso un ottimismo evidente, rielaborando il concetto di viaggio on the road: consegna la droga, certo, ma non per questo non smette di vivere alla sua maniera, fermandosi lungo la strada a mangiare nei posti che conosce, nel chiamare le persone diverse con appellativi ironici ma non per fare distinzione di categorie, fischiettando e canticchiando allegramente mentre nella parte posteriore del pick-up i chili di droga aumentano.

Questi viaggi su strada aiutano a Earl a riflettere sulla qualità del viaggio della sua vita e aiutano Clint a tirare le fila del suo cinema: ogni sua ruga racconta il tempo passato a costruire l’icona che è oggi, al duro lavoro di qualità che è stato necessario per dare delle fondamenta a quella che è oggi una leggenda vivente.
Mentre, per Earl, la cocciutaggine comincia ad essere messa da parte, trovandosi di fronte al peso delle scelte che hanno fatto parte della sua vita.