Esce al cinema il 22 febbraio Il filo nascosto (The Phantom Thread), l’ultima fatica di Paul Thomas Anderson (per gli amici PTA), girato per la prima volta fuori dagli Stati Uniti e candidato a ben 7 premi Oscar® tra cui miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista.

Sebbene non sia opportuno soffermasi sulla trama perché se ne sminuirebbe la visione, mi limito a dirvi che Il filo nascosto è in breve la storia di uno stilista che disegna abiti per l’élite nell’Inghilterra degli anni 50. Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) è uno scapolo impenitente e ossessionato dal proprio lavoro che ad un certo punto incontra una cameriera (Alma) con cui inizierà una relazione i cui risvolti gli cambieranno la vita.  

Paul Thomas Anderson, uno dei grandi autori della nostra epoca, con quest’ultimo lungometraggio sembra aver raggiunto una perfezione che va addirittura oltre le sue acclamatissime opere The Master e Il petroliere.  La regia e la messinscena hanno, come in tutte le sue pellicole, una potenza inaudita.

Girato, ovviamente, in 35 mm, questa è la prima volta che PTA si occupa anche della fotografia. Egli riesce a portarci nel mondo claustrofobico delle stanze dell’atelier/dimora dei Woodcock con una magnificenza che sprigiona bellezza e oppressione in ogni inquadratura (si sottolinea la meravigliosa sequenza in cui Reynolds fa indossare ad Alma per la prima volta un abito).

Il filo nascosto è intriso di citazioni e di modelli di riferimento. Rebecca – La prima moglie è sicuramente il richiamo più evidente: l’ossessione del protagonista per la madre (di cui Alma in un certo senso cercherà di rubare il posto) e la sorella Cyrill che ricorda tantissimo la governante del capolavoro hitchcockiano. 

La seconda parte del film diventa invece qualcosa di Buñueliano.  Il tutto condito da una messinscena fatta di sfumature che richiamano Visconti, lo Scorsese dell’Età dell’Innocenza e Max Öphlus. Vi chiederete, a questo punto, come sia possibile unire queste cose.  Paul Thomas Anderson tutto può.

L’essenza de Il filo nascosto, però, è un’esclusiva del suo autore (definirlo regista è limitativo), che parte da una duplice ispirazione: lo stilista Balenciaga e la reazione che la moglie, l’attrice Maya Rudolph, ha avuto una volta che lo ha accudito durante una sua malattia. Ed è così che PTA indaga, attraverso una trama perversa, quello che sta sotto i difficili rapporti che regolano la nostra esistenza.

Il filo nascosto è un film che riflette sull’amore in tutte le sue forme: amore per il lavoro, romantico, ossessivo, malato, tra familiari e, infine, per la bellezza.

Reynolds è l’artista devoto alla propria attività e dunque tutto ciò che lo circonda è asservito a quello: le donne non sono altro che muse, modelle per la sua arte. La sorella, unico punto di riferimento della sua vita, gestisce tutto ciò che provoca in lui fastidio o lo trattiene dall’occuparsi della sua arte. E fino all’arrivo di Alma la loro vita va così, scandita dalle solite abitudini quotidiane (le colazioni in casa Woodcock sono LA perla del film).

Alma, dal canto suo, è l’archetipo della ragazza che fa di tutto per l’uomo che ama, ma la versione che ci offre PTA è totalmente originale. La straniera dal passato sconosciuto, inadatta all’alta società frequentata dai Woodcock, riuscirà a trovare le debolezze e le vere pulsioni di Reynolds, proprio quel filo nascosto che nasconde in tutti gli abiti che confeziona.

Non utilizza paroloni, elucubrazioni, ma la potenza delle immagini e il talento dei tre attori: dall’immenso Daniel Day-Lewis (non ci lasciare), all’incredibile Lesley Manville (i cui sguardi bastano per spiegare una meritatissima candidatura all’Oscar®) all’esordiente belga Vicky Krieps, impeccabile e intensa.

Il filo nascosto è un’opera che utilizza i generi più disparati: momenti di commedia romantica, tratti distintivi del gothic movie e perfino l’horror psicologico. Un film indelebile, di quelli che – senza che ce ne si renda conto –  rimangono impressi nella mente per giorni perché i suoi molteplici significati ne trascendono la visione. Magari non avrà l’Oscar®, ma per me è il vero capolavoro dell’anno.

 

Photo Credits: Universal Pictures International Italy