Il nuovo di film di Matteo Rovere è pronto a raccontare quello che è il mito di Romolo e Remo.

Quante volte, a scuola o nei documentari, si è sentito parlare del mito di Romolo e Remo e della successiva fondazione di Roma?
Eppure quello dei due fratelli allattati dalla famosa lupa è rimasto solo un mito e, come tale, non ha precisi riferimenti storici.
Matteo Rovere (Veloce come il vento), in sostanza, si è trovato a “combattere” con questo senso di imprecisione, per realizzare Il Primo Re, per mettere in scena una situazione di realismo assoluto che includesse la storia di Romolo e Remo come storia realista e non come leggenda.

I due protagonisti, interpretati da un Alessandro Borghi e un Alessio Lapice in perfetto stato di grazia, compiono un viaggio simbolico tra i diversi territori del Lazio dell’epoca, alla ricerca della libertà, mettendo in discussione valori personali e religiosi.
Il viaggio, per quanto sia valido per comporre le fondamenta che daranno poi vita all’impero più grande che la storia abbia mai conosciuto, è anche e soprattutto interiore, un momento di confronto/scontro tra quello in cui si credeva un tempo e quello in cui si crede ora, tra i diversi punti di vista e di pensiero di due fratelli che fino a non molto tempo prima viaggiavano all’unisono sulla stessa lunghezza d’onda.
Eppure ogni persona apprende un proprio pensiero dalle circostanze della vita: chi (come Remo) desidera di essere libero in tutti i sensi, libero dalla schiavitù, libero dalla sottomissione ad un Dio fittizio, libero di essere completo artefice del proprio destino, e chi (come Romolo) resta fedele ai rituali religiosi, vivendo nel credo che chiunque ha il proprio destino già delineato da Dio che va messo in discussione per nessun motivo, vivente in un fuoco che anima le vite altrui.

Ecco che Rovere, che ha goduto di creatività assoluta nel realizzare il film, date le pochissime certezze storiche, non ha spaziato in lungo e in largo; piuttosto, si è mantenuto sulla strada del migliore dei realismi, dando vita ad una visione del viaggio introspettivo dei protagonisti della vicenda, mostrando come un rapporto tra fratelli possa evolversi ed essere allo stesso tempo più profondo, più forte di prima. Di come la civiltà che è venuta a venire sia nata da una lacerazione.
Con Il Primo Re, il regista romano si è messo ancora più in discussione rispetto alle altre volte, ha coinvolto studiosi, archeologi, semiologi, per poter dare una costruzione, una narratività storica al racconto, per poter fare un realismo che coinvolgesse anche il linguaggio, ricostruito dai professionisti del settore: il protolatino. Un latino arcaico e semisconosciuto, una sfida tutta italiana quella di far dialogare i personaggi del film con questo linguaggio antico, che permette (forse) anche un maggior studio del linguaggio non verbale.
Ma di tutto questo cosa rimane: in primis la fotografia di un maestro, Daniele Ciprì. Lui, che servendosi della luce naturale, ha dato vita ad una visione nitida e lucida dei momenti vissuti dai protagonisti, vagabondi in un territorio che è terra di anime perdute e di luoghi da conquistare.
E l’empatia? Questa, forse, è il fattore che viene meno: il film è abbastanza complesso, necessita di una visione accurata per poter essere fruito nel modo migliore possibile, tanto che, forse, puntando un fiche di troppo sul realismo, ci si è dimenticati di puntare sull’emotività naturale e intrinseca di Romolo e Remo, esseri umani con i piedi per terra.
Eppure, tra uno scontro visivamente evitato, che poteva (anzi, avrebbe dovuto) essere il climax, e qualche inquadratura di troppo, calcando la mano su droni svolazzanti, Il Primo Re è uno di quei film che se ve lo perdete siete matti.