Con Il Sacrificio del Cervo Sacro il regista Yorgos Lanthimos attinge agli antichi miti della Tragedia greca per tracciare il ritratto contemporaneo di una famiglia americana. Dal 28 giugno al cinema

Esce il 28 giugno – distribuito da Lucky Red – Il Sacrificio del cervo sacro, ad un anno dalla sua partecipazione al Festival di Cannes. Al cast, che vanta la rinnovata collaborazione tra Colin Farrell e Yorgos Lanthimos, si aggiunge l’eterea Nicole Kidman.

È un film sulla freddezza della giustizia l’ultima opera del regista greco, alla prima produzione hollywoodiana (The Lobster aveva solo il cast d’oltreoceano). Ispirato alla terribile tragedia Ifigenia in Aulide di Euripide (ecco spiegato l’animale del titolo), Il sacrificio del cervo sacro è un film gelido.

Non c’è spazio per alcun sentimento in questo mondo asettico dove si desidera solo giustizia razionale, a tal punto da diventare irrazionale, seguendo la storica “legge” occhio per occhio. Un errore si paga con la vita di chi ti è più caro. Come Agamennone è costretto a sacrificare la propria figlia per aver ucciso un cervo sacro agli dei, anche Steven (Colin Farrell) per un errore in sala operatoria è costretto a fare un terribile sacrificio. Senza raccontare molto della storia, Steven e la sua famiglia perfetta, formata dalla moglie Anna (Nicole Kidman) e i due figli Kim (Raffeuy Cassidy) e Bob (Sunny Suljic), dopo che cominciano a frequentare Martin (Barry Keoghan), un ragazzo con problemi psicologici, subiranno una serie di eventi sempre più strani e terribili che disgregheranno per sempre il loro perfetto idillio famigliare. Fino al sacrificio finale.

Ciò che più colpisce di quest’opera è la regia. Una regia potentissima come se ne vedono poche in giro, che rimanda a Kubrick e ad Haneke nella perfezione formale delle inquadrature e dei movimenti di macchina.

A questo, tuttavia, corrisponde un po’ di confusione nella scrittura. La storia, a prescindere dall’ispirazione classica, è stata vista e rivista al cinema (Haneke su tutti) e l’illogicità di alcune dinamiche cominciano a stufare, dopo un po’. Possiamo accettare al cinema una situazione assurda, ma allora le sequenze dove la realtà, al contrario, domina, sono quasi superflue e non aggiungono niente di più. La disgregazione della famiglia e dell’individuo borghese è trattata in modo troppo superficialmente metaforico: alla razionalità di Steven, uomo di scienza che deve trovare una ragione scientifica a tutto quello che succede, risponde Martin, l’irrazionalità fatta a persona che distrugge ogni certezza, metafora vivente del senso di colpa che perseguita il genere umano. Sembra inoltre che la maggior parte delle sequenze finali siano grottesche e realizzate appositamente per tirare un pugno allo stomaco allo spettatore, facendo così perdere il focus sul ragionamento filosofico sotteso.

Peccato perché l’incredibile padronanza della regia di Lanthimos e un tema sempre così intrigante come la brutalità della giustizia potevano davvero portare anche questo lungometraggio ai suoi soliti eccelsi livelli.

Il film, prodotto dalla A24, è stato presentato in concorso al Festival di Cannes 2017, dove ha vinto il Prix du scénario

Vi lasciamo con un quesito: quanto può essere crudele e spietata la vendetta?