Nelle sale italiane dal 14 febbraio, La Forma dell’Acqua sta attirando sempre più consensi da parte di pubblico e critica. Il film è stato presentato lo scorso settembre alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e già allora la giuria internazionale ne aveva dichiarato la bellezza, assegnandogli il prestigioso Leone D’Oro.

Ora, a un giorno dalla cerimonia degli Oscar®, La Forma dell’Acqua è il lungometraggio con più candidature – 13 per essere esatti – nelle categorie principali tra cui miglior film e migliore regia a Guillermo Del ToroGli aspetti tecnici sono curati nei minimi dettagli: regia e fotografia sono capaci di elevare la storia all’ennesima potenza e la colonna sonora incornicia la narrazione rendendola poetica e magica. Gli attori sono eccezionali, da Sally Hawkins, la ragazza muta capace di emozionare senza dire una parola, a Richard Jenkis e Octavia Spencer che conquistano con la loro ironia, passando per Michael Shannon, il più cattivo dei cattivi che riesce a farsi odiare fin dai primi minuti. Ma ciò che più sorprende di questo film è proprio la sua storia: un amore potente che celebra la diversità e l’imperfezione, una favola poetica molto più vicina a noi di quello che pensiamo.

La forza del reale

Molti hanno paragonato La Forma dell’Acqua a La Bella e la Bestia: in entrambe le storie si racconta un amore tra un essere umano e un mostro. La differenza sostanziale, però, sta proprio nel senso del reale che Del Toro riesce a trasmettere. I due personaggi sono come noi, hanno paure, mancanze, debolezze e quando si innamorano, tra le altre cose, provano anche un forte desiderio sessuale. Questi elementi solitamente non sono affrontati nelle favole romantiche che conosciamo, ma forse sono proprio il motivo per cui durante il film ci sentiamo così legati a Elisa e al mostro: potremmo essere noi.

La bellezza dell’imperfezione [Spoiler Alert]

E a proposito di mancanze e debolezze, un altro elemento che rende speciale questo film è la sensibilità verso il tema dell’imperfezione. Elisa, la protagonista, è una giovane donna muta. Il suo problema non è dovuto a una malformazione genetica, ma a una violenza subita da bambina: dei criminali le hanno asportato le corde vocali attraverso tre tagli sul collo. Quelle cicatrici Elisa le porta ogni giorno, le guarda allo specchio prima di uscire, cerca di nasconderle con i capelli. Sono i segni di una sua mancanza: quella voce che non ha e che la fa sentire sempre incompleta rispetto agli altri. Quando incontra la creatura fantastica rinchiusa nel laboratorio, quella sua debolezza non è più un problema (anche lui non ha voce), anzi diventa un tratto distintivo, una particolarità che l’ha resa unica agli occhi di lui. Quelle cicatrici, quindi, non sono più qualcosa di cui vergognarsi e alla fine del film diventano l’elemento fondamentale che permette ai due di continuare ad amarsi: si trasformano in branchie.

Assistendo a tanta bellezza da una poltroncina blu di un cinema di paese, mi è venuto spontaneo questo pensiero: se curate a dovere quelle che per voi rappresentano un’imperfezione fisica, una mancanza, un difetto o una debolezza, essi si possono trasformare in opportunità meravigliose per stare bene. Il messaggio de La Forma dell’Acqua è di una potenza nuova ed emozionante.

Photo credits: 20th Century Fox