Pierfrancesco Favino parla di umanità al Festival di Sanremo attraverso un brano tratto da La notte poco prima delle foreste di Koltès

Il palco di Sanremo è silenzioso e buio, vuoto ad eccezion fatta per una singola sedia in proscenio.

A sedere, illuminato da un occhio di bue, un uomo.  È chino, col capo basso a fissare le ginocchia, in cerca del fiato necessario a dar vita ai suoi pensieri.
Parla quasi subito, sembra incerto inizialmente, alza la testa solo dopo poche parole. Si potrebbe pensare che il suo interlocutore sia immaginario, eppure esiste.
Siamo noi.

L’accento è un non accento, perché è l’accento del mondo. Le parole sono marcate da pezzi di varie cadenze, di vari odori, sapori, musiche, perché la stessa Terra è fatta così: è tutta diversa, ma uguale nella sua diversità.
È un solo uomo quello che sta parlando, ma è il portavoce di ogni singola persona del pianeta che abbia assaggiato il dolore del sentirsi diverso, del sentirsi in difficoltà nel trovare un posto, un lavoro, una casa, una vita.

Il ritmo è sempre più serrato e il dolore sale alla gola, lo attanaglia, lo fa piangere. Ha la consapevolezza del tempo che scorre infame fra le dita, inafferrabile come sembra esserlo anche la speranza di sdraiarsi sull’erba e trovare la pace, trovare un modo per vivere senza il rischio di morire solo per una parola contraria verso chi ti prende a ”calci in culo”.
Dov’è casa? Dov’è l’umanità?

Con questo brano tratto da La notte poco prima delle foreste, datato 1977 e scritto ad opera del drammaturgo Bernard-Maria Koltès, Pierfrancesco Favino porta sul palco di Sanremo il dolore di sentirsi solo, straniero, in un mondo pieno di persone, dove la vita non la puoi scegliere tu.
Si tratta di un testo, come ha dichiarato lo stesso attore, che non vuole dare risposte e che crea immagini, riporta la storia di chiunque.
Racconta una storia che riguarda tutti” ha detto l’attore in una recente intervista a Il Corriere ”il bisogno estremo degli altri, dello stare insieme e, al tempo stesso, l’insofferenza dello stare insieme”.

Un testo che lascia sconvolto lo spettatore. Un testo che, in maniera coinvolgente e stravolgente, ti guarda negli occhi e ti mette davanti all’unica verità certa: siamo tutti esseri umani.

Bisognerebbe stare dall’altra parte senza nessuno intorno, amico mio
quando mi viene di dirti quello che ti devo dire, stare bene tipo sdraiati sull’erba, una cosa così
che uno non si deve più muovere con l’ombra degli alberi.
Allora ti direi: ‘qua ci sto bene, qua è casa mia, mi sdraio e ti saluto’.
Ma qua, amico mio, è impossibile, mai visto un posto dove ti lasciano in pace e ti salutano.
Ti dobbiamo mandare via, ti dicono, vai là, tu vai là
vai laggiù, leva il culo da là
e tu ti fai la valigia, il lavoro sta da un’altra parte,
sempre da un’altra parte che te lo devi andare a cercare,
non c’è il tempo per sdraiarsi e per lasciarsi andare, non c’è
il tempo per spiegarsi e dirsi ‘ti saluto’.
A calci in culo ti manderebbero via, il lavoro sta là, sempre più lontano, fino in Nicaragua.
Se vuoi lavorare, ti devi spostare, mai che puoi dire ‘questa è casa mia e ti saluto’
tanto che io quando lascio un posto ho sempre l’impressione che quello sarà casa mia,
sempre di più di quello in cui vado a stare.
Quando ti prendono a calci in culo di nuovo, tu te ne vai di nuovo
là dove te ne vai sei sempre più straniero, sempre meno a casa tua.
E quando ti prendono a calci in culo, tu te ne vai di nuovo
quando ti giri a guardarti indietro, amico, è sempre il deserto.
Fermiamoci una buona volta e diciamo ‘Andate a fanculo’
io non mi sposto più, voi mi dovete stare a sentire
se ci sdraiamo una buona volta sull’erba e ci prendiamo tutto il tempo
che tu racconti la tua storia, quelli venuti dal Nicaragua
che ci diciamo che siamo tutti, più o meno stranieri
ma che adesso basta, stiamo a sentire, tranquilli, tutto quello che ci dobbiamo dire
allora sì che capisci che a loro non gliene frega un cazzo di noi.
Io mi sono fermato, ho ascoltato, mi sono detto: ‘Io non lavoro più’
finché non ve ne frega un cazzo di me.
A che serve che quello del Nicaragua viene fino qua e che io vado a finire laggiù
se da tutte le parti la stessa storia.
Quando ho lavorato ancora, ho parlato a tutti quelli presi a calci in culo che sbarcano qua
per trovare lavoro e loro mi sono stati a sentire.
Io sono stato a sentire quelli del Nicaragua che mi hanno spiegato com’è da loro
Laggiù c’è un vecchio generale, che sta tutto il giorno e tutta la notta al bordo di una foresta
gli portano da mangiare perché non si deve spostare
che spara su tutto quello che si muove
gli portano le munizioni quando non ce ne ha più.
Mi parlavano di un generale coi suoi soldati che circondano la foresta
tutto quello che si muove diventa un bersaglio
tutto quello che compare al bordo della foresta
tutto quello che notano che non c’ha lo stesso colore degli alberi
e che non si muove allo stesso modo
Io sono stato a sentire tutto questo e mi sono detto che da tutte le parti è la stessa cosa
più mi faccio prendere a calci in culo e più sarò straniero
loro finiscono qua e io finirò laggiù
laggiù dove tutto quello che si muove sta nascosto nelle montagne
Io ho ascoltato tutto questo e mi sono detto: “Io non mi muovo più, se non c’è lavoro non lavoro
se il lavoro mi deve far diventare matto e mi devono prendere a calci in culo, io non lavoro più
Io voglio sdraiarmi, una buona volta, voglio spiegarmi, voglio l’erba
l’ombra degli alberi, voglio urlare, voglio poter urlare, anche se poi mi sparano addosso.
Tanto è quello che fanno. Se non sei d’accordo, se apri la bocca,
ti devi nascondere in fondo alla foresta. Ma allora meglio così
almeno ti avrò detto quello che ti devo dire.

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