A Venezia 75, in Orizzonti, è finalmente arrivato La profezia dell’Armadillo, tratto dell’omonimo fumetto best seller di Michele Rech, alias Zerocalcare

Adattare un romanzo non è mai facile.
Si cerca di mettere tutto sullo schermo, di far sì che il romanzo viva di immagini che lo possano esprimere al meglio senza essere troppo travolto.
Figuriamoci un fumetto. Figuriamoci La profezia dell’armadillo.
Questa sfida è stata affrontata da Domenico Procacci (e la sua Fandango) che ha prodotto questo film, credendo molto in questo progetto. Progetto concepito già da qualche anno, quando avrebbe dovuto dirigerlo Valerio Mastandrea che poi lo abbandonò qualche tempo dopo per conflitti con altri progetti tra cui Non essere cattivo, l’ultimo film di Claudio Caligari.
Mastandrea rimane comunque coinvolto nella sceneggiatura del film, scritta insieme a Oscar Glioti, Johnny Palomba e Michele Rech alias Zerocalcare, l’autore unico del fumetto dal quale La profezia dell’armadillo è stato tratto.
Ambientato nel quartiere periferico di Rebibbia, Zero (Simone Liberati) ha ventisette anni, è un disegnatore senza lavoro fisso e cerca di arrangiarsi come può, per esempio creando illustrazioni e poster per gruppi musicali punk indipendenti e dando ripetizioni di francese.
Liberati da una parte e Pietro Castellitto dall’altra danno vita all’intesa che ci può essere solo tra due amici d’infanzia: Castellitto interpreta, infatti, Secco, il suo migliore amico da tutta la vita.

Prima di tutto, La profezia dell’armadillo è l’elaborazione di un lutto, quello dell’amica d’infanzia Camille, per poi parlare anche e soprattutto di una generazione, quella degli anni Novanta, che vede il posto fisso come un miraggio, che guarda al futuro come non-luogo di frustrazione, che è cresciuta nel periodo dei disordini di Genova, vedendo nei trentenni di allora degli adulti con il loro preciso posto nel mondo.
Una “generazione Zero” che si trova, ora trentenne, a fare i conti con sé stessi e con il mondo circostante, vivendo una vita fatta di un’adolescenza matura a lungo rilascio, sospesa nel limbo della vita.

Secco e Zero sono diversissimi e complementari, uno espansivo e spensierato, mentre l’altro ragiona sulle incertezze della vita e continua a vivere nella Tiburtina Valley, la sua comfort zone.
E, ad attendere Zero a casa c’è l’armadillo (interpretato da Valerio Aprea), la sua coscienza critica, che non si tiene a margine della vita di Zero: l’armadillo è quella coscienza, quella vocina dentro la testa che ci aiuta a riflettere, spesso e volentieri ci manda in paranoia, altre volte aiuta a capirci e a capire gli altri e ad essere più obiettivi.
La profezia dell’armadillo, diretto dall’esordiente alla regia Emanuele Scaringi, vince tutte le sfide che impongono l’adattamento di un fumetto, si concentra sulle storie e sui personaggi principali, eliminando gli altri personaggi (sia umani che gli alter ego), cambiando questi elementi, senza tradire lo spirito concepito da Zerocalcare.
Incertezze e incomunicabilità, lutto e dubbi: questo è La profezia dell’armadillo che, considerate le circostanze di esordio, della problematicità produttiva e di adattamento, diventa un buon film di poco più di un’ora e mezza da godersi così com’è, per quello che è, senza troppi paragoni con il best-seller omonimo.