Grazie alla casa di distribuzione Altre Storie vi parliamo de La Ragazza dei Tulipani, film uscito nelle nostre sale il 6 settembre

Amsterdam, 1636: la città è in pieno fermento. Il commercio prospera, le arti fioriscono. Sophia, orfana cresciuta dalle suore, viene presa in sposa da un ricco mercante, Cornelis Sandvoort, molto più vecchio di lei e desideroso di avere un figlio che lei non riesce a dargli, mettendo in pericolo il loro matrimonio. Ma la situazione muterà quando i due decidono di posare per un ritratto che li renderà immortali. Sophia, infatti, inizia una relazione con un giovane e talentuoso artista, Jan van Loos, proprio mentre la cameriera della coppia, Maria, scopre di aspettare un figlio dal ragazzo di cui è innamorata, che per un equivoco è fuggito via. Per salvare la situazione, le due donne escogitano un piano, apparentemente comodo per entrambe. Contemporaneamente l’Olanda è preda di una follia collettiva: la febbre di possedere i bulbi di tulipani.”

Per conquistare l’attenzione dello spettatore a Judy Dench bastano cinque minuti, ad Alicia Vikander poco più di due primi piani, a Christoph Waltz, poi, un solo sorriso. Ma cos’è, allora, che può farla perdere? Una storia convincente ma sviluppata pensando al luogo sbagliato (e ai relativi tempi).

Quella che La Ragazza dei Tulipani mette in scena è una perfetta ricostruzione storica di una città, di un fenomeno e di una società ricca di usi e costumi apparentemente lontana da noi. Calarsi in quei luoghi, vivere quelle sensazioni potrebbe esser semplicissimo grazie alla cura e alla dedizione che Justin Chadwick e i suoi collaboratori hanno impiegato sia per gli ambienti e per gli abiti che per i sentimenti che il film evidenzia, riconosciuti e vissuti indistintamente di epoca in epoca. Primi tra tutti, e indissolubilmente uniti da un ottimo montaggio, la passione del sentimento umano, carnale, libero e puro in contrapposizione con la passione spinta dalla furia del commercio e del denaro.

Peccato che questo ottimo materiale di partenza… si perda in una tempesta.

A intrappolarlo e nasconderlo vorticosamente, seppur tutti ben caratterizzati ed interpretati, sono i numerosi comprimari del film, che lentamente iniziano a sostituire sullo schermo (per troppo tempo) i protagonisti della storia. Lo scontro che destabilizza maggiormente è quello tra le due donne della storia: la padrona di casa e la cameriera, due esempi rappresentativi della condizione del gentil sesso nel ‘600 destinate a prevedibili conclusioni, dettate dalla propria condotta. Scontato, dunque, nel susseguirsi delle vicende, il film sembra quasi tramutarsi in una soap-opera. Questo, fortunatamente, solo in termini di narrazione e tempi.

La cura della messa in scena, come già detto, con la fotografia che tra luci e ombre sembra richiamare espressamente la pittura fiamminga, in aggiunta alla colonna sonora composta da Danny Elfman, tra violini e pianoforte, restano di qualità più che soddisfacente.

È dunque lo squilibrio tra queste due parti, forse dovuto alla poca esperienza del regista e alla sua assenza dalla fase di scrittura assegnata a Tom Stoppard (abituato al pubblico teatrale) e a Deborah Moggach (autrice dell’omonimo libro dal quale è tratto il film) che, probabilmente, non permetteranno al film di diventare un classico in costume come accaduto per La Ragazza con l’Orecchino di Perla al quale, chiaramente, voleva strizzare l’occhio (fosse anche solo per meri motivi pubblicitari e d’incassi).