“Non aspettare che la nebbia ti inghiottisca,
perché la nebbia che viene dal mare ha dentro di sé storie
che nessuno vorrebbe ascoltare.”

Esce oggi in sala, dopo l’anteprima alla preapertura della Festa del Cinema di Roma, La Ragazza nella Nebbia, distribuito da Medusa.

Per raccontare questo film è necessario partire dal regista. Si tratta, infatti, dell’esordio alla regia di Donato Carrisi, giornalista e autore di best-seller internazionali come Il Suggeritore, Il tribunale delle anime e La ragazza nella nebbia. Ebbene sì, il film è tratto proprio da un suo romanzo, che l’autore ha dichiarato era stato concepito fin dall’inizio come una sceneggiatura. Il copione, tuttavia, dopo esser stato rifiutato da tutte le case di produzione, viene trasformato da Carrisi in un libro che ha superato il milione di copie vendute. Dopo questo risultato, ovviamente, la storia acquista un interesse cinematografico e con la produzione della Colorado Film, Carrisi riscrive la sceneggiatura partendo dal romanzo.

Il racconto inizia dalla fine. L’ispettore Vogel (Toni Servillo) sotto shock dopo un incidente, viene portato dallo psichiatra del piccolo paese di montagna Avechot. Lo psichiatra Flores (Jean Reno) deve riuscire a capire cosa gli è successo. Vogel però deve raccontare tutto dall’inizio. Ovvero da quel 23 dicembre in cui Anna Lou (Ekaterina Buscemi), una 16enne dai capelli rossi, scompare nel tragitto che la porta da casa sua alla confraternita di Avechot. Vogel, famoso per essersi occupati di casi eclatanti e mediatici non senza qualche ombra, viene chiamato ad indagare. Tuttavia, il caso risulterà più complicato e disturbante del previsto, anche per uno come Vogel abituato a sacrificare la giustizia ai flash dei giornalisti.

In questa storia sono i cattivi i protagonisti e il male è come una nebbia che si aggira e travolge tutto e tutti. Nessuno, infatti, è come sembra.

Il regista ci presenta dunque un thriller cupo e pessimista, un whodunit ricco di colpi di scena.

Vi sono però molti punti dove domina il grottesco, soprattutto quando ci si riferisce ai mass media. La spettacolarizzazione della cronaca nera, infatti, è uno dei temi portanti della vicenda e francamente uno dei meglio resi, anche con trovate registiche non nuove, ma interessanti.

Quando invece il regista tenta di emulare i grandi thriller anni ‘90 (Seven, I soliti sospetti ecc.) che nelle interviste definisce suoi modelli, molti passaggi, che dovrebbero essere dei colpi di scena, risultano poco riusciti. Ci si riferisce soprattutto a un finale che appare non necessario: sembra quasi che l’autore abbia voluto mantenere un filone narrativo del libro a tutti i costi, così che lo impone in modo sbrigativo seminandolo goffamente da un certo punto del racconto. La recitazione, poi, non è uno dei punti di forza del lungometraggio. Gli accenti fin troppo diversi (francese, tedesco, veneto) rendono poco credibile la collocazione spaziale della storia in un piccolo paesino montano.

Un vero peccato, dunque, perché il film riesce comunque a tenere lo spettatore incollato per più di due ore. Senza queste scivolate verso la fiction nostrana avrebbe potuto essere un prodotto molto più interessante.

Photo Credits: Medusa Film