Quella di Lazzaro, un contadino che non ha ancora vent’anni ed è talmente buono da poter sembrare stupido, e Tancredi, giovane come lui, ma viziato dalla sua immaginazione, è la storia di un’amicizia. Un’amicizia che nasce vera, nel bel mezzo di trame segrete e bugie. Un’amicizia che, luminosa e giovane, è la prima, per Lazzaro. E attraverserà intatta il tempo che passa e le conseguenze dirompenti della fine di un Grande Inganno, portando Lazzaro nella città, enorme e vuota, alla ricerca di Tancredi.

Questa è la trama di Lazzaro Felice, terzo film da regista di Alice Rohrwacher, acclamato al Festival di Cannes e in uscita in Italia, grazie a 01 Distribution, il prossimo 31 maggio.

L’innocenza non fa più parte della nostra società. Ma da quando?

Tecnicamente da sempre, secondo una delle religioni più diffuse al mondo noi nasciamo e abbiamo già peccato. Per questo, con il tempo, l’essere umano ha sempre tentato di autodisciplinarsi creando gerarchie, leggi, ideologie che seppellissero gli istinti più animaleschi o irrazionali, favorendo lo sviluppo di un’idea di libertà e prigionia volta a domarci o gratificarci.

Lazzaro Felice è un film che attraversando il tempo e lo spazio ci parla proprio di questo: la natura dell’uomo, apparentemente difficile da comprendere… così facile da domare e spaventare, proprio come animali.

Per farlo, Alice Rohrwacher scrive e dirige una storia talmente crudele da risultare vera, uno spaccato sociale che fin dalle prime scene cattura lo spettatore con inquadrature “antropologiche”, che ci fanno riscoprire usi, costumi e dinamiche sociali di un’epoca a noi lontanissima, immersi nella natura più pura.

Questa spensieratezza, rotta solo dal lavoro che scandisce la vita del protagonista e della comunità di mezzadri con i quali vive, non è destinata a restare tale per molto. L’arrivo della civiltà moderna sarà la vera fine dell’umanità che avevamo ritrovato paradossalmente prigioniera di un apparente passato e di una grandiosa Nicoletta Braschi, nel ruolo della marchesa Alfonsina de Luca. L’unico filo conduttore tra i due atti del film, quello dove gli uomini vengono controllati e dominati e quello dove invece sono stati liberati diventato padroni del loro destino, sarà la purezza di Lazzaro.

Interpretato da Adriano Tardiolo, alla sua prima opera attoriale, il personaggio di Lazzaro è centrale tanto quello interpretato dalla stessa regista (nella sua versione adulta), Antonia, per comprendere quale sia il tema più caro agli occhi della donna. Entrambi in grado di recitare sfruttando al meglio, senza eccedere, la propria mimica, ci faranno riscoprire la gentilezza in un’epoca che non la conosce quasi più come valore, dove godiamo nel vedere i padroni diventare servi, spaventati quando siamo costretti a farci i conti.

E proprio come un martire, e qui il film stona leggermente, quella che aleggia intorno alla figura di Lazzaro è un’aura di santità. Oltre al nome il ragazzo vive una serie di eventi mistici, surreali, che qualcuno definirebbe miracoli, come il risveglio da un coma durato anni (senza invecchiare) o l’arrivo per strada di una “musica” scappata da una chiesa, completamente decontestualizzati dalla Milano che il ragazzo sta faticosamente cercando di scoprire e comprendere.

In ogni caso, come tutte le storie di martiri (altrimenti non sarebbero così definiti), anche quella di Lazzaro non ha un lieto fine e i suoi carnefici saranno tecnologia, modernità e paura.

Nonostante alcuni elementi surreali, dunque, Lazzaro Felice è un moderno film neorealista, che non va visto tanto per scoprire chi è il protagonista quanto per ricordarci cos’è la gentilezza e per metterci davanti a cosa siamo diventati tutti noi. Uno splendido gioco di opposti.