Martin Scorsese alla Festa del Cinema di Roma riceve il Premio alla Carriera ed esalta il cinema italiano

Partecipare ad un incontro con Martin Scorsese è uno di quegli eventi, di quei momenti che tutti dovrebbero sperimentare e raccontare a chi, per diversi motivi, non ha potuto partecipare.
Poter ascoltare un Maestro, una parte di cinema come lo è Scorsese, è una sensazione indescrivibile. Se poi l’incontro diventa una lezione sul cinema italiano, questa emozione si moltiplica esponenzialmente.

Tra le diverse sequenze che lo stesso Scorsese ha scelto, il regista americano di origini italiane ha raccontato la storia di interpreti e registi, del cinema italiano racchiuso tra gli anni ’50 e ’60, anni e film che hanno formato il giovane Scorsese, che gli hanno dato le basi ed affinato la tecnica.

Pier Paolo Pasolini è stato uno dei maestri per Scorsese e Accattone (1961) è stato il primo film con il quale Scorsese si è rapportato, riuscendo ad identificarsi con i personaggi e ammirando l’abilità di Pasolini di raccontare la forma più bassa dell’animo umano e la sua santità, con un uso della musica che avvicina sempre più quelle persone a Cristo.

Come racconta Scorsese, i film del neorealismo non andrebbero quasi nemmeno considerati come tali, come film, perché sono un racconto reale di vita vera, di connessione con la famiglia a livello quotidiano. Scorsese ha ammirato e continua ad ammirare Roberto Rossellini, anche, e forse soprattutto, quando ha iniziato a realizzare film per la televisione a scopo educativo, che trattassero argomenti storici. Rossellini ha trasmesso la storia focalizzandosi sui dettagli, rendendo tutto all’essenziale, come avviene in La presa al potere da parte di Luigi XIV (1966).

Tornando indietro di una decina d’anni, Scorsese racconta come Vittorio De Sica, con Umberto D. (1953), fosse stato in grado di raccontare la tragicità all’apice del neorealismo, riuscendo a regalare anche un momento di ironia in istanti al contempo drammatici, che narrano il cambiamento della società dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Uno dei film che hanno contribuito alla sua formazione, è sicuramente L’eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni. Sui film di Antonioni ha riflettuto parecchio, cercando di leggerlo, godendo della possibilità di concentrarsi e osservare le inquadrature per un lungo periodo. Grazie a lui e ad altri film suoi, come L’avventura (1960) ha imparato ad osservare il ritmo e l’uso dello spazio e la composizione come narrazione.

Si è parlato anche di Divorzio all’italiana (1961) di Pietro Germi, da cui ha appreso le qualità dell’umorismo, della satira espressa con i movimenti di macchina, Salvatore Giuliano (1962) di Francesco Rosi che gli ha cambiato la vita mostrando fatti che non corrispondono a verità e Il Gattopardo (1963) di Luchino Visconti; da lui ha imparato a raccontare partendo dal minimo dettaglio, arrivando al macrocosmo, combinando impegno politico con l’opera, creando un melodramma senza vincoli dal ritmo meditativo, raccontando, con l’uso di inquadrature ricche e lussoreggianti, il passare del tempo.
A questi film si aggiunge Il posto (1961) di Ermanno Olmi che, con uno stile un po’ economico e documentaristico, ha saputo raccontare la purezza di un ragazzo, di un giovane appartenente ormai ad un nuovo mondo industrializzato, dove una certa umanità viene tagliata fuori.

Quella di Scorsese è stata una lezione di cinema unica, fatta di parole ponderate uscite dalla bocca di chi il cinema lo ha fatto e lo continua a fare.
Parole dettate dall’amore di Scorsese per il cinema in generale e per il nostro. Parole provenienti da chi è, esso stesso, l’essenza vera del cinema.

Photo Credits: Festa del Cinema di Roma