Napoli Velata di Ferzan Ozpetek, prodotto da Tilde Corsi e Gianni Romoli per Warner Bros. Entertainment Italia, R & C Produzioni e Faros Film, è sicuramente la valida alternativa a chi è “intollerante” (nel caso di chi scrive, “allergico”) ai cinepanettoni.

Napoli Velata è una storia di morte e di passione. È una storia di fantasmi, quelli che abbiamo dentro. Ed è anche la dichiarazione d’amore di Ferzan Ozpetek a Napoli, alla sua gente e alle sue tradizioni.

Giovanna Mezzogiorno è la borghese Adriana, una dottoressa segnata da un trauma infantile, che una sera, ad una festa, incontra Andrea (Alessandro Borghi). Tra i due c’è attrazione, passano una notte insieme e si danno un secondo appuntamento, ma Andrea non arriva. Adriana rimane così coinvolta in un delitto avvolto nel mistero e contornato da incontri inaspettati e inquietanti.

Di storie così, in Italia, non se ne vedevano dai tempi del primo Dario Argento: un po’ giallo italiano anni ’70, diciamo noi, un po’ hitchcockiano, dicono altri. Ma Ozpetek non imita nessuno, ha assimilato e Napoli Velata è distintamente impregnato della sua fede e cultura cinematografica.

La città partenopea è centrale nel film e questa non è una novità per l’attuale cinema italiano, è vero, ma è altrettanto vero che la Napoli che dipinge Ozpetek non è quella (ab)usata da tanti registi per esportare i nostri film all’estero. Niente pizza, niente camorra, niente bassifondi. In Napoli Velata c’è la borghesia, l’industria e le tradizioni importanti per il popolo napoletano.

Gli interni sono ricchi, l’antica casa dove vive la protagonista (già set di “L’oro di Napoli” di De Sica e di “Viaggio in Italia” di Rossellini) è sfarzosa e grande, ma al contempo anche vuota.  E l’ambiente esterno è anche metafora degli spazi mentali dei protagonisti che sono ricchi (in termini di cultura e guadagno) ma poveri nell’animo poichè alla ricerca di amorevolezza.

C’è la solitudine di chi dorme senza nessuno accanto e cerca affetto, la solitudine della morte e della vecchiaia ma anche la passione di chi si toglie di dosso la gabbia che si era costruito e si lascia andare all’impulso.

I protagonisti reggono bene la sceneggiatura, ma questo, avremmo potuto dirlo anche senza vedere il film: qualcuno ha dubbi sulle interpretazioni drammatiche della  Mezzogiorno o sull’attore del momento Alessandro Borghi? 

Nota di merito a Beppe Barra, che è sempre stato un grandissimo attore teatrale, ma prima di ricevere un ruolo da protagonista al cinema, ha dovuto aspettare i suoi 73 anni. Della serie “meglio tardi che mai”, perché Barra è una forza della natura, uno di quegli attori che, fosse nato in America, avrebbe avuto la carriera di Michael Keaton.

Polemiche a parte, Ozpetek centra nuovamente il bersaglio: si conferma uno dei registi più bravi a parlare attraverso immagini, l’estetica dei suoi film è quasi “sorrentiniana” e riesce a trasportare lo spettatore nell’esatta atmosfera che aveva immaginato nella sua testa, complice naturalmente il direttore della fotografia, Leonardo Alberto Moschetta, qui autore di un ottimo lavoro.

In questa Napoli Velata nulla è fuori posto e Ozpetek si rende protagonista dell’ennesima prova autoriale: un mistery che può piacere ai cinefili e agli appassionati del genere, ma che, allo stesso tempo, è accessibile anche a chi non è un assiduo frequentatore delle sale cinematografiche.

Per le sue immagini sfocate, per la sua estetica e per un mosaico attraente da ricomporre, non perdete Napoli Velata al cinema, dal 28 dicembre. 

Photo Credits: Warner Bros. Italia