È uscito l’8 marzo in sala l’ultimo lavoro di Marco Tullio Giordana Nome di donna, con protagonista Cristiana Capotondi nel ruolo di Nina.

Nome di donna è ambientato nella campagna lombarda, luogo in cui Nina si trasferisce per lavorare in una residenza per anziani facoltosi. Sembra il lavoro perfetto: ha il diritto ad una casa, viene remunerata a dovere e la figlia si integrata molto bene a scuola. Presto, tuttavia, il personaggio della Capotondi dovrà fare i conti con il dirigente della struttura e con lo strano rapporto che lo lega alle sue dipendenti. Quando deciderà di denunciare le ingiustizie che accadono nel luogo di lavoro e che profumano di ricatto sessuale, si troverà tutti (in particolar modo TUTTE) contro, e dovrà decidere se iniziare una battaglia molto più grande di lei. Una storia di molestie sessuali sul lavoro che arriva nei cinema nel pieno della cronaca cocente. 

Il tema di Nome di donna è uno dei più sentiti ultimamente, ma nonostante la contemporaneità dei fatti, esso non è da considerarsi un instant movie poiché scritto dallo stesso Giordana con Cristiana Mainardi più di tre anni fa. Il fatto che un film su un argomento così delicato sia scritto da un uomo non deve indurre all’errore o al pregiudizio; Giordana ha sempre dichiarato di odiare la complicità cameratesca tra maschi, tra quelli che si vantano del proprio ego.

Ed è fondamentale che finalmente un film italiano tratti il tema con tutta l’importanza che si merita. Le premesse, poi, ci sono tutte: le molestie ritenute dai più complimenti o un vizietto, le difficili situazioni delle donne che le subiscono, l’omertà e il coraggio di denunciare, che spesso manca.

Nome di donna vuole imporsi come denuncia e manifesto, ma nonostante l’apprezzabile lavoro di sceneggiatura, il film non è incisivo come vorrebbe. Il principale problema sono le scelte drammaturgiche che non risultano abbastanza coraggiose e dunque impallidiscono davanti alla grandezza del tema: la scelta di rendere, nella sua seconda parte, la storia una battaglia processuale (Nome di donna è infatti la denominazione dell’indagine del PM) sminuisce il fine ultimo della pellicola e rimpicciolisce davanti ai grandi modelli americani.

Un vero peccato, per esempio, se si pensa al potenziale del personaggio di Adriana Asti, una grande attrice di teatro in pensione, che poteva essere esaurito meglio (perché non parlare delle molestie anche nel suo ambiente e in un altro periodo storico?).

Quello che sta accadendo oggi è una lotta di classe e la molestia è abuso di potere, pertanto la struttura narrativa doveva essere più cinematografica e non vicina alla fiction tv. Giordana avrebbe potuto consegnarci un prodotto più tagliente e inquietante, tenendo conto che, e non ci stancheremo mai di ripeterlo, quello delle molestie è un argomento potente e delicato, molto attuale e di cui non bisogna mai smettere di parlare. Ma il fatto di aver avuto la forza di trattarlo fa sicuramente onore a tutta l’operazione. Promosso. 

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