PACIFIC RIM – LA RIVOLTA è AL CINEMA DAL 22 MARZO

È accaduto.

È accaduto esattamente quello che si pensava potesse accadere: fare il sequel di una produzione come Pacific Rim senza un autore e un regista come Guillermo del Toro è stato sostanzialmente fare un altro film, una sorta di reboot che non ha più necessità di chiamarsi come il suo “predecessore” (se non per garantirsi una discreta accoglienza tra il pubblico e in sala proprio grazie alla presenza di “Pacific Rim” nel nome).

Se aggiungete a questo, poi, che ulteriori cambi hanno riguardato la casa di produzione del progetto (da Warner Bros. Pictures a Universal Pictures e Legendary Entertainment) e quasi l’intero cast, potrete ben capire perché la percezione di questo passaggio di testimone con Steven S. DeKnight è stato così netto.

La trama è semplice: Quando una minaccia ancora più inarrestabile rischia di abbattersi sulle nostre città e di mettere in ginocchio l’umanità, Mako Mori —adesso a capo di una nuova e coraggiosa generazione di piloti cresciuti all’ombra della guerra— dà al ribelle Jake Pentecost (un tempo promettente pilota Jaeger, il cui leggendario padre diede la vita per assicurare la vittoria dell’uomo sui mostruosi Kaiju) un’ultima possibilità per dimostrarsi all’altezza dell’eredità lasciata dal padre. Mentre cercano giustizia per i caduti, la loro unica speranza è unire le forze in una rivolta globale contro l’estinzione.

Le differenze con il primo film, tuttavia, non sono causate né dal nuovo regista (per la prima volta dietro la macchina da presa) né dagli altri cambiamenti elencati, piuttosto dalla base di partenza del film: la sceneggiatura.

Il primo film non aveva nulla da invidiare, in termini di scontri, ad altre produzioni più note (Transformers o Godzilla, per fare due esempi) perché era in grado di mostrare proprio attraverso questi l’animo e la fragilità dei protagonisti che li azionavano… in simbiosi. Tecnologia e uomo dovevano cooperare. E l’uomo, in aggiunta, doveva cooperare con un proprio simile. Questo nuovo film, purtroppo, non è stato in grado di portare avanti questa unicità se non tentando di ripete situazioni già viste e creando un effetto-copia piuttosto che un effetto-nostalgia.

E questo difetto potrebbe esser meno evidente se non fosse che ne risentono direttamente anche i nuovi personaggi introdotti, le nuove generazioni. John Boyega (Jake Pentecost) e Scott Eastwood (Nathan Lambert), tra scarsa ironia e dialoghi stereotipati, non raggiungono il cuore dello spettatore risultando poco degni della definizione di “successori di Idris Elba e Charlie Hunnam”.

Per tentare di dare spazio ai loro personaggi, poi, non riusciamo a legare con i giovani “cadetti”, incostantemente presenti sul grande schermo e capitanati da Cailee Spaeny (Amara). Charlie Day (dott. Newton Geiszler), Burn Gorman (dott. Hermann Gottlieb) e Rinko Kikuchi (Mako Mori) sono gli unici personaggi del primo film che sopravvivono a questo ritorno ma nonostante i pochi momenti sul grande schermo non fanno oltre che ricordarci le differenze di scrittura tra questo film e il precedente. Considerando la possibilità di un terzo capitolo non è un aspetto da sottovalutare per la riuscita finale della pellicola, più in termini d’incassi che di critica.

In ogni caso lo scontro tra giganti d’acciaio (Jaeger) e mostri giapponesi (Kaiju) non mancherà e proprio come nella tradizione dei franchise di questo genere subirà un’evoluzione. Non solo per dimensioni fisiche e sviluppi tecnologici, ma anche per ambientazioni, trovate belliche e… provenienza. Non ci si dovrà guardare solo dalla Breccia e questa, forse, è l’unica novità forte del film.

Nonostante questo, non basterà con effetti speciali, fotografia e musiche, sempre tecnicamente ben realizzati, a non far notare quanto detto in precedenza. La tecnica riesce a emozionare fino a un punto preciso.

Pacific Rim – La Rivolta, dunque, intrattiene, risulta un film dinamico tipicamente americano e commerciale (nei risvolti più positivi del termine) ma sicuramente non stupisce e strega come l’opera di Del Toro. E l’uso del termine “film” e “opera”, in quest’ordine, non è casuale ed è il miglior sunto per definire le differenze tra le due pellicole.

 

Photo Credits: Universal Pictures