Il film presentato in anteprima fuori concorso al Festival di Cannes 2017 è un thriller psicologico con protagoniste Emmanuelle Seigner e la conturbante Eva Green

Solitudine, doppi, blocchi creativi.

Gli ingredienti che hanno contraddistinto nel tempo la carriera di un regista come Roman Polanski sono tutti presenti nella sua ultima prodezza: Quello Che Non So Di Lei.

La sinossi è semplice:
“Delphine è una scrittrice.
Il suo ultimo romanzo, quello in cui racconta la storia della sua famiglia, ha ottenuto un successo mondiale ma scrivendolo si è messa completamente a nudo, al punto da essere accusata di aver strumentalizzato il suo dolore nonché di aver sfruttato la relazione con il suo compagno, un noto presentatore televisivo, per ottenere pubblicità. In questo vortice che la sta soffocando tutti aspettano la sua opera successiva, ma Delphine è paralizzata: ha un blocco creativo. Un giorno, però, per caso incontra lei… Leila.”

Nei ruoli delle due donne appena citate, Delphine e Leila, troviamo Emmanuelle Seigner ed Eva Green.

Sono quasi le uniche presenze sullo schermo e mai donne più diverse tra loro: la prima stanca, distratta, ingenua, succube, in conflitto con se stessa; la seconda bella, affascinante, fine, cinica e intelligente. La madre di tutti i giorni, con un marito continuamente in viaggio, due figli lontani e alla conquista del proprio posto nel mondo, contro una moderna vedova, della quale sappiamo poco se non che è sempre impeccabile, nel posto giusto… al momento giusto. Una riempie lo schermo, l’altra lo buca.

Una coppia che tanto il regista quanto lo sceneggiatore che l’ha affiancato nelle scrittura del film, Olivier Assayas, in più momenti rende erotica, eccitante, facendo immaginare allo spettatore quanto potrebbe accadere e mostrando quanto invece non accade, trasformando un possibile racconto d’amore in una storia di ossessioni, identità e dominazione, centro nevralgico della pellicola

Il risultato è un’unione tra le tematiche già viste ne La Venere in Pelliccia, L’Uomo nell’Ombra, Repulsione o Rosemary’s Baby del regista polacco e il rapporto tra due particolari esseri femminili mostrati in Sils Maria dello sceneggiatore francese.

Un lungometraggio con delle ottime premesse, in sostanza, ma con un’esecuzione poco soddisfacente e una gestione pessima degli ingredienti che da sempre popolano la filmografia di Polanski.

Non basta la colonna sonora di Alexandre Desplat a rendere coinvolgente una storia che resta fredda, forse per colpa della fotografia, troppo pulita e semplice, poco incisiva, o forse per colpa della banalità che non colora il rapporto tra le due donne (che precisiamo essere interpretate benissimo dalle rispettive attrici, è impossibile non notarlo grazie ai continui primi piani che ci vengono mostrati). Probabilmente la colpa è da attribuirsi alla storia che si intuisce proprio grazie ai dettagli e ai dialoghi ben posti da Roman Polanski ma con un proprio scopo fin troppo evidente.

Non basterà giocare ancora una volta sulle illusioni, sul rapporto tra realtà e immaginazione, verità e fantasia, per salvare un film in calcio d’angolo, poco prima di diventare quasi una commedia tanto potrà risultare surreale tra ripetitività, fughe ed elementi di una attualità ormai vecchia. Allo scadere della durata della pellicola (che dura ben 110 minuti) lo spettatore ha perso l’elemento cardine di quello che dovrebbe esser definito thriller (o in questo caso psycho-thriller): la suspense.

Il sospiro di sollievo sarà tirato non con il possibile lieto fine che vedrete sullo schermo ma, molto probabilmente, con la fine del film stesso.

Photo Credits: 01 Distribution