Dagli anni ‘70 di The Post al 2045 di Ready Player One: siete pronti a farvi guidare per la seconda volta in un anno da Steven Spielberg?

Se avete in dotazione scarpe ed abiti comodi, allora siete pronti per immergervi in questa avventura, la summa di tutte le avventure spielberghiane precedenti, per arrivare all’Anno Domini 2045.

Ready Player One è forse la ricetta migliore di Spielberg: ha preso un recipiente, ha amalgamato tutta la cultura pop degli anni ‘80 e ‘90 (compresa la propria), declinandola al futuro ma guardando al presente. E, come uno chef stellato che si rispetti, ha usato tutta la sua esperienza e il suo sapere, regalando un piatto di ottimo aspetto e qualità.

Nel 2045, il mondo reale è un luogo impervio e ostile. Gli unici momenti in cui Wade Watts (Tye Sheridan) si sente veramente vivo è quando si immerge in OASIS, un intero universo virtuale dove evade la maggior parte dell’umanità per trascorrere le proprie giornate. In OASIS, si può andare ovunque, fare qualsiasi cosa, essere chiunque – gli unici limiti sono la propria immaginazione. OASIS è stato creato dal brillante ed eccentrico James Halliday (Mark Rylance), che alla sua morte lascia la sua immensa fortuna e il controllo totale di Oasis al vincitore di una competizione, costituita da tre round che aveva progettato per trovare un degno erede. Quando Wade vince la prima sfida di una caccia al tesoro che va oltre la realtà, insieme ai suoi amici – chiamati gli Altissimi Cinque – verranno catapultati in un universo fantastico fatto di scoperte e pericoli per salvare OASIS e il loro mondo.

Il grande lavoro di Spielberg è stato tradurre in espressione visiva una gran parte delle citazioni contenute nell’omonimo libro di Ernest Cline del 2011, dal quale il film è liberamente tratto (l’autore stesso è anche sceneggiatore del film insieme a Zak Penn).
A differenza di film quali Ritorno al Futuro, Ready Player One non estremizza troppo il suo terreno di gioco: esso non vive di soli citazioni per due ore e venti, ma guarda al futuro mantenendo i pieni saldati al terreno della contemporaneità. Ognuno di noi ha bisogno di immaginare, di sognare, ma quando questa diventa la condizione primaria di appartenenza, il modus vivendi, ogni contatto con la realtà viene inevitabilmente perso. E, così facendo, si perde il contatto fisico e il tipo di alchimia che un essere umano può avere con un altro solo su base reale.

Forse questo tema di carattere sociologico corre il rischio di rimanere in secondo piano rispetto alle molteplici e più citazioni, ma è possibile che ciò dipenda rispettivamente da ogni singolo spettatore.

Come un videgioco, Ready Player One si sviluppa su molteplici livelli, regalando ad un ampio pubblico tanti punti di vista differenti, coadiuvato dalla colonna sonora completamente originale di Alan Silvestri (ma contenente diversi Easter Egg) che collabora per la prima volta direttamente con Spielberg (in passato aveva collaborato con il regista americano quando egli era solo produttore come, per esempio, per Ritorno al futuro). Così, chi ha voglia di misurarsi a livello citazionistico e tornare negli anni di gioventù, sarà soddisfatto, come lo sarà chi è appassionato di videogame e di tecnologie digitali.

Ma essere un nerd o geek non è affatto una prerogativa o un limite per chi non lo è: avventurarsi in questa ricerca all’erede di una fabbrica di cioccolato tecnologicamente avanzata, significa rapportarsi agli aspetti umani, alla loro evoluzione, chiedersi se vivere lobotomizzati sia meglio che affrontare il reale, anche se negativo.

Come zio Steven ci ha abituati, Ready Player One non è altro che una storia di formazione, di crescita personale attraverso gli altri, della consapevolezza e accettazione di se stessi e del diverso. La purezza, l’innocenza, i legami e lo stupore spielberghiano nei confronti del fantastico tornano in una veste più matura e articolata che non lascia nulla al caso e cerca di trovare un compimento in via di evoluzione. Un film cinefilo, per cinefili. 

Photo Credits: Warner Bros.