Una delle (svariatissime) qualità del Salone Internazionale del Libro di Torino sono gli incontri con autori, artisti e pensatori di ogni ambito. Nell’edizione 2018, in concomitanza con l’anniversario del maggio ’68, si è svolto un evento unico: Bernardo Bertolucci intervistato da Luca Guadagnino. L’autore di Chiamami Col Tuo Nome si è sempre dichiarato ammiratore del regista di Novecento, arrivando a definire l’ambientazione padana del suo acclamato film come “un omaggio al paesaggio di Bertolucci”. 

L’intervista, coordinata dalla scrittrice Elena Stancanelli, è iniziata volgendo uno sguardo ad un momento chiave per la carriera di Bertolucci: il ’68. Ricordando quell’importantissimo anno, il regista ha dichiarato:

“Era così importante quello che erano riusciti a fare i sessantottini. Anche nella cinefilia c’era il riformismo e la rivoluzione. Certe inquadrature ci sembravano – in certi film- riformiste.” Riferendosi poi al remake di La piscina di Luca Guadagnino (A Bigger Splash, 2014), Bertolucci ha commentato così la pratica dei remake: “Tu l’hai fatto diverso, l’hai cambiato. Anche bella quest’idea di Guadagnino di fare dei remake che sono diversi dai film originali… mi sembra un’idea molto riformista.”

Parlando poi di The Dreamersil regista ha ammesso:

è un film un po’ sulla mia nostalgia del momento in cui girai Partner. Intanto non vedo perché ci sia ribrezzo per la nostalgia. È una parola considerata abietta, ma non ci sarebbe stata l’Odissea senza la nostalgia.” 

Riferendosi poi ad una passata intervista al regista, la Stancanelli ha voluto ricordare una sua affermazione molto bella a proposito de La Dolce Vita È un film che evoca una realtà che non esiste, e in qualche modo la inventa. E inventa una realtà che poi accadrà.” In un momento emozionante con testimonianze della Hollywood sul Tevere, Bertolucci ha ricordato:

“Vidi La Dolce Vita a Cinecittà, una sera, quando avevo 18 anni, poiché Fellini chiese a mio padre di andare a vedere il suo film dato che era ancora senza visto censura e voleva l’appoggio di alcuni scrittori e intellettuali. Il film era ancora intoccato: suono diretto straordinario, Marcello che parlava italiano, Ekberg che parlava inglese, Aimée che parlava francese… Era come la scoperta di un regista che aveva inventato il suo mondo. Era un film che mi diede voglia di fare cinema”

Riferendosi invece al doppiaggio, di cui Fellini fu un grande fruitore al tempo dei suoi kolossal d’autore, Bertolucci ha espresso il suo pensiero sulla pratica spesso criticata: Aimé ho imparato a detestare il doppiaggio e in Italia è ancora una specie di dato di fatto che nessuno riesce a cambiare. […] Dovete vedere i film in originale. Torniamo al ’68”. 

Il regista ha poi ricordato svariati momenti importanti per la sua formazione di cineasta: la sua ammirazione per il regista italiano Roberto Rossellini; l’incontro con il regista Robert Bresson, che alla domanda “C’è qualche film che lei ama nella storia del cinema?” rispose laconico “Ehm…no. Forse qualche caricatura di Chaplin, ma quando Chaplin non recita”. Infine grazie all’opera Le Plaisir du texte di Roland Barthes, il giovane Bertolucci capì che il film doveva avere con lo spettatore un rapporto di desiderio e sensualità. Doveva farsi amare.

Avevo inventato il camera-sutra. Il kamasutra del cinema. 

Guadagnino ha poi affermato di aver pensato di fare cinema, amando i film di Bernardo, ma anche amando Bertolucci. 
Parlando invece del rapporto tra regista e scrittore, Bertolucci ha dichiarato che Alberto Moravia gli diede carta bianca per qualsiasi modifica autoriale della storia de Il Conformista. A questo proposito, il regista di Chiamami Col Tuo Nome è intervenuto ricordando l’ottimo rapporto con lo scrittore André Aciman, che ha addirittura partecipato nel film in un piccolo ruolo. Guadagnino ha poi aggiunto:

Con lui (Aciman) stiamo ragionando, insieme a Walter (Fasano), di continuare un altro capitolo della  storia dei personaggi. Lui è molto aperto a questa cosa. 

Giungendo al termine dell’incontro, Bernardo Bertolucci ha riportato un’ironica affermazione di Francois Truffaut riguardo il clima di collaborazione tra i registi della nouvelle vague:

La cosa che univa i registi era giocare a flipper. 

Infine ha poi aggiunto:

In una sala come questa si hanno 2 chance: o si medita o si vede un bel film, e in qualche momento le due cose arrivano a toccarsi. 
Ogni volta che incontro David Lynch mi chiede se ho ricominciato a meditare. I nostri dialoghi sono più sulla meditazione che sul cinema. Ho visto l’ultima serie di Twin Peaks: David Lynch mi piace molto… Ha trovato una specie di limbo dove tutto gli è permesso. Avevo già molto amato David, a Cannes nel ’90, quando demmo la Palma D’Oro a Cuore Selvaggio. Era un film molto impressionante.

Photo credits: Salone Internazionale del Libro