Nel 2043 la popolazione mondiale sfiora i 10 miliardi, per contrastare l’esaurimento delle risorse di cibo è stata imposta la legge dell’unico figlio, pena il criosonno in attesa di un futuro migliore che possa garantire una vita dignitosa. La figlia di Terrence (Willem Dafoe) muore nel parto di 7 gemelle; il nonno decide quindi di crescere le sorelle sotto la stessa identità di Karen Settman (il nome della madre). Ad ognuna è permesso di uscire il giorno corrispondente al proprio nome (Monday il lunedì, Tuesday il martedì e così via..). Passano 30 anni: Karen Settman (interpretata 7 volte da Noomi Rapace) ha un rispettoso impiego in una banca, ma Monday un giorno non torna più a casa. Cosa le è successo? Lo spietato bureau per il controllo delle nascite ha scoperto il segreto delle sette sorelle e vuole eliminarle?

Seven Sisters (What Happened To Monday? titolo originale) è diretto dal regista norvegese Tommy Wirkola, mentre la sceneggiatura del film – inserita nel 2010 nella black list delle migliori sceneggiature senza trasposizione – è stata scritta da Max Botkin. Il soggetto del film è stato più volte rimaneggiato durante gli anni, fatto evidente che si può riscontrare durante la visione di Seven Sisters. Partiamo dalla protagonista assoluta del film: Noomi Rapace calza alla perfezione tutti i 7 ruoli affidategli. Passa da essere un’elegante donna d’affari ad una nerd occhialuta, da ragazza frivola a donna che lotta per trovare la sua vera individualità. Durante l’intera pellicola la vediamo truccarsi, saltare, combattere, disperarsi ed affrontare situazioni al cardiopalma. Ma non solo: l’impossibilità di mostrarsi alle persone per la loro vera natura porta ad uno struggente conflitto psicologico tra le 7 sorelle. Un’ardua prova recitativa che si può dire superata a pieni voti. Se la molteplicità di Karen Settman è gestita nel migliore dei modi, non si può dire lo stesso della sceneggiatura.

Il mondo distopico portato in scena in Seven Sisters è credibile e non è nulla di troppo lontano dalle condizioni attuali della Cina. Il punto di partenza del film è quindi tutt’altro che debole. La tensione è sostenuta dal pericolo con cui Karen Settman deve convivere ogni giorno; la prima mezz’ora di film è un promettente thriller fantascientifico ricco di suspense… poi tutto esplode. Il punto di svolta della trama trasporta il film nel più stereotipato action fantascientifico: inseguimenti, sparatorie e largo utilizzo di tecnologie da spionaggio. Il tutto accompagnato da una forte dose di violenza da b-movie, che invece di intimorire annoia per l’esasperazione continua con la quale essa viene mostrata.

Siven Sisters finisce quindi in un limbo di situazioni ripetitive e poco incisive, che si ripresentato anche nell’ingarbugliato finale, nonostante i vari colpi di scena che vorrebbero stupire lo spettatore e l’interpretazione convincente di Glenn Close nei panni dell’antagonista Cayman.

La regia di Wirkola garantisce comunque delle scene adrenaliniche e dallo svolgimento fluido e mai confuso, garantendo allo spettatore una buona esperienza di visione, supportata anche dagli effetti speciali non invasivi e ben realizzati.

Un’occasione sicuramente sprecata quella di Seven Sisters: l’elemento di spicco dei 7 ruoli della Rapace poteva fornire spunti interessanti per avvicinare la fantascienza del film a quella esistenziale del rivoluzionario Blade Runner. Seven Sisters si è invece accostato alla distopia di Hunger Games o Divergent, risultando però debole come gli ultimi capitoli della saga con protagonista Shailene Woodley.

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