Siete pronti a salire a bordo del Millennium Falcon?

L’attesissimo film Solo: A Star Wars Story arriva il 23 maggio nelle nostre sale. Una origin story interpretata da Alden Ehrenreich – che ha il gravoso compito di rendere omaggio all’iconico personaggio di Harrison Ford -, Woody Harrelson, Emilia Clarke, Donald Glover, Thandie Newton, Phoebe Waller-Bridge e Paul Bettany, insieme a Joonas Suotamo che torna a interpretare Chewbacca.

Gli storici fan della saga, da sempre devoti alla prima trilogia, fremevano all’idea di poter conoscere le origini di uno dei personaggi più amati di Star Wars. Cosa ha fatto Han Solo negli anni immediatamente precedenti alla sua folgorante apparizione in Una nuova speranza? Altri invece, i professionisti ficcanaso alla ricerca di anticipazioni erano scettici di fronte alla possibilità di vedere un film autoreferenziale e privo di spunti narrativi.
Quale sarà il risultato?

Solo: A Star Wars Story è dichiaratamente un film fanservice: divertente, scorrevole e gradevole, ha però il limite di non aver realmente approfondito la tridimensionalità dei suoi protagonisti. Una storia, quella portata sul grande schermo, poco motivante per lo spettatore non onnisciente.

D‘altronde era prevedibile che un film sulle origini della canaglia più famosa dello Galassia fosse a servizio dei fan, curiosi di sapere come Han Solo avesse conosciuto il fedele Wookiee Chewbacca o come fosse riuscito a completare la rotta Kessel in 12 parsec. La speranza, però, era quella di trovare  elementi che potessero conferire spessore e magari drammaticità alla pellicola.

Chiariamo: Solo ha tutte le carte in regola per essere definito una Star Wars Story. Ci sono inseguimenti, esplosioni, astronavi che volano nell’iper spazio, droidi, razze aliene e taverne dove si gioca a Sabacc. E poi c’è lui, Han Solo, che non è ancora la canaglia cinica che abbiamo amato nei precedenti capitoli, ma è un “adolescente” tra i 18 e i 24 anni che cerca di diventare uomo. Nonostante questi elementi, però, Solo potrebbe essere definito un film d’azione, un western futuristico. 

Abbiamo Chewbacca, il Millennium Falcon e l’accenno all’Impero con la presenza di un cameo d’eccezione, ma tutto questo non basta per poterlo rendere indimenticabile e iconico, come il personaggio di Harrison Ford. 

A confermare, però, il fine ultimo del film, è stato lo stesso regista (Ron Howard), il quale ha descritto la sua opera con queste parole: Il film è moderno e pieno di energia, desideravamo che fosse coerente con l’estetica e la sensibilità di Star Wars e allo stesso tempo volevamo fare del nostro meglio affinché conquistasse gli spettatori più giovani, facendo leva sull’identificazione più che sulla nostalgia”.

Identificazione? Forse. D’altronde la faccia tosta e la spavalderia tipica dei giovani carichi di testosterone non manca al giovane Solo, per cui Alden Ehenreich dà una buona (non eccellente) prova attoriale. Nostalgia? Non del tutto. Manca uno spessore al personaggio che spieghi davvero cosa è stato della sua vita: come è arrivato a Corellia? Cosa lo lega a Qi’ra (Emilia Clarke), il suo primo amore, oltre all’evidente attrazione fisica? Chi è Han Solo? Nessuna di queste domande trova risposte certe, se non in un breve accenno alla figura del padre. 

È una fortuna che la stessa cosa non accada ai comprimari della pellicola. Anzi, i loro personaggi, che siano già conosciuti come Lando Carlissian, o inediti come Beckett, vengono indagati più profondamente del protagonista stesso. Forse il merito è dei loro interpreti.

Woody Harrelson è perfetto nel ruolo del mercenario deluso dalla vita, mentore della lezione più importante che imparerà Han. Emilia Clarke riesce a rappresentare sufficientemente bene il conflitto interiore di una persona che è dovuta scendere a patti con la propria integrità e Donald Glover è un divertentissimo contrabbandiere ripulito dall’ingombrante ego e dal vasto guardaroba.

In una pellicola in cui Han Solo dovrebbe essere il protagonista indiscusso con i suoi tormenti, i suoi sogni e il desiderio di realizzarli, è spesso usato, invece, come pretesto per mostrare altro.

In conclusione Solo A Star Wars Story non è molte cose. Non è profondo, non è drammatico ma è divertente e ben raccontato. Ha molti momenti divertenti e buffi, ma è carente nella scrittura della storia che, privata degli spettacolari inseguimenti e sparatorie, pecca di eccessiva semplicità.

Probabilmente la scelta nasce dall’intenzione della Disney di creare un nuovo franchise e altri possibili film sulle avventure di Han Solo, ma resta il fatto che Solo: A Star Wars Story mostra un grandissimo potenziale inespresso e rischia di essere apprezzato solo dal suo pubblico, mancando di essere una pellicola più trasversale e unica come è stato per il coraggioso e apprezzato Rogue One.