Finalmente è arrivato al cinema Stanlio & Ollio, ovvero quello che probabilmente sarà il miglior film autobiografico dell’anno.

Si potrebbe dire “ma nel 2019 stiamo ancora qui a parlare di Stanlio e Ollio?”. La risposta è sì e tutto ciò è meraviglioso.

Stanlio & Ollio erano Laurel & Hardy, due uomini prima che essere due attori di fama mondiale e con i loro numerosi problemi. Ed è questo che il film uscito da pochi giorni al cinema cerca di fare: cogliere la vita dei attori destinata ad un ineitabile tramonto, al cerca di rimanere a galla sia lavorativamente che primavatamente, cercando di non farsi togliere il diritto artistico, quando quelli sui loro film non li hanno mai avuti.

Il merito principale del film è quello di trovare il modo di mostrare questi due assi della slapstick comedy, di parlarne ancora, stupendosi di non aver mai dimenticato questo duo, indipendentemente dalla generazione d’appartenenza, e di quante cose ci siano ancora da scoprire.
Perché sì, loro erano una splendida coppia comica sullo schermo, ma nella vita reale?

Stanlio & Ollio parte dalla fine degli anni ’30, quando Stanley Laurel e Oliver Hardy erano sotto contratto con Hal Roach, colui che produsse tantissimi loro film, che si permetteva di sfruttarli e che, soprattutto, non gli ha mai riconosciuto i diritti dei loro film. Laurel, a differenza di Oliver, era stufo di sentirsi un leone in gabbia, di non poter esplicitare a pieno la sua vena artistica che andava ben oltre la recitazione, tanto da cercare sempre di controllare sceneggiature, regie e montaggi.

Eppure dopo il suo licenziamento e il tradimento subito dal compagno che continuerà a lavorare perché ancora sotto contratto, ci si ritrova al 1953, quando i due partono per una tournée teatrale in Inghilterra.
Per loro sono tempi bui, il loro successo in America era tramontato da un pezzo e in Europa ancora riusciva a reggere, tanto che i due riescono ancora ad incantare il pubblico con la loro arte, ristabilendo quel legame che era andato assottigliandosi.
Laurel e Hardy, che sembrano diversirti molto insieme, non riescono a staccarsi di loro personaggi e quando ormai sembra raggiunta la fine del loro sodalizio artistico, riscoprono il valore della loro amicizia.

Sebbene la regia sia quasi non pervenuta, il film di Jon S. Baird vuole affrontare il canto del cigno di un rapporto lavorativo più che decennale e come significhi lavorare per così tanti anni insieme, uno di fianco all’altro, uno l’ombra dell’altro. Eppure, anche se contraddistinto dal tono crepuscolare (e non poteva essere altrimenti), questo film possiede di il merito di non dare vita a macchiette o caricature, ricerca sempre un grande equilibrio tra la persona e il personaggio, o meglio, riguardo ciò che il due provava nella vita reale prima di arrivare a mostrarlo al pubblico e a loro stessi.

Il punto, però, è che senza un cast di rilievo, questo film sarebbe potuto diventare ben altro e trascinarsi verso il ridicolo. Non si può fare a meno di accorgersi dell’apporto dato da due attori come Steve Coogan e John C. Reilly che riescono a restituire le personalità dei due protagonisti, tra vita artistica e privata, calibrando il loro apporto e restituendo in maniera fedele le persone e i personaggi da loro interpretati.