Dopo il grande successo della prima stagione, Stranger Things è tornato
su Netflix con una seconda stagione al cardiopalma.

Stranger Things è la serie dei fratelli Duffer prodotta da Netflix e, non appena tornata a deliziarci il 27 ottobre scorso, è già un successone.

La piccola cittadina americana di Hawkins è abitata da un gruppo di giovanissimi ragazzi, amanti dei giochi di ruolo e un po’ disadattati, diciamolo. Mike, Will, Dustin e Lucas sono abituati a condividere la propria quotidianità assieme, comunicando attraverso il walkie talkie e spostandosi in bicicletta.

Nella prima stagione avevano dovuto affrontare la sparizione di uno del gruppo: Will. Quel che inizialmente era sembrato un “ordinario” caso di scomparsa aveva in realtà rivelato la natura strana – appunto – di quella città e la presenza di un mondo, speculare ad essa, in cui il male era pronto per assalire tutti. Proprio in questo mondo Will era stato risucchiato, non lasciando tracce se non alcuni segnali luminosi trasmessi attraverso l’elettricità.

In un crescendo che aveva coinvolto genitori, fratelli, sorelle, capo della polizia e, infine, la spettacolare Millie Bobby Brown nel ruolo di Undici, il finale di stagione aveva lasciato spazio per ogni intervento da parte degli autori.

Undici era riuscita infatti a fermare l’avanzata di quel mostro oscuro, compromettendo la sua stessa vita.

In questa seconda stagione, Stranger Things si apre in una game room e pone le basi per l’ingresso di nuovi personaggi, destinati ad entrare a far parte dei giochi.

Dopo il ritorno alla “normalità” di Will, il ragazzo mostra segni di smarrimento alternati ad altri di totale assenza dal contesto: il suo legame col Sottosopra non è stato interrotto, e nel tentativo di impedire a queste entità malvagie di impossessarsi di lui, Will assorbe dentro se stesso quel mostro, da cui viene impossessato.

Ciascuno dei protagonisti, a suo modo, deve intervenire per salvare la sua vita e l’intera umanità.

Se dovessimo considerare i punti di forza di questa serie tv, potremmo cominciare col citazionismo di cui è pregna. Il paragone lampante è sicuramente quello con IT, con una misteriosa e oscura presenza che mette a repentaglio la vita di alcuni ragazzini. Ma non ci fermiamo qui. Le scene più intense, quelle della lotta contro il male, hanno tantissimo di Harry Potter e Voldemort; gli sketch più divertenti ricordano talvolta Le piccole canaglie.

Quell’atmosfera anni ’80 di cui abbiamo tutti un po’ nostalgia – anche chi non li ha propriamente vissuti – invade ogni situazione, dai videogiochi alle biciclette, dalla musica al look.

Stranger Things si avvale del servigio offerto dalle centinaia di film e subculture esistenti, attingendo ad esse ma mai scopiazzandole. Ne è contaminato, ma resta originale.

Non soltanto ricorre a diversi registri narrativi, alternando momenti goliardici tipici della sit-com a situazioni al cardiopalma da film horror (come quelle contro i Demo-Cani), ma tesse un fil rouge che non avrebbe potuto essere trasferito meglio su pellicola.

Il cast è eccezionale: protagonisti sono attori giovani, di soli 13-15 anni, ma dotati di grande verve sullo schermo. Le dinamiche che li coinvolgono, spesso molto più grandi di loro, li rendono dei piccoli grandi eroi agli occhi dello spettatore, che non può non innamorarsene.

Will, interpretato da Noah Schnapp, è spettacolare, la nuova Emily Rose dei giorni nostri: indemoniato perché divenuto l’ospite del mostro, sdoppia la propria personalità con grande efficacia visiva. Mike, interpretato da Finn Wolfhard, subisce un percorso di messa in discussione del sé che farebbe invidia ai migliori terapeuti, cercando di trovare il proprio posto.

Il triangolo pseudo amoroso che coinvolge Dustin e Lucas con la bella Max regala leggerezza e uno specchio della realtà: i ragazzi incespicano nei primi passi verso la crescita, si rivelano inadatti a gestire quest’attrazione, devono affrontare insicurezze e imbarazzi.

Undici è sicuramente il personaggio che più di tutti subisce una maturazione interiore ed esteriore. Il suo viaggio per ritrovare le proprie origini deve cedere il passo alla consapevolezza che una nuova sorella o una mamma incapace di intendere e di volere non possono subentrare adesso che ha una nuova casa, una nuova famiglia, non possono subentrare alla necessità che – ancora una volta – torni ad aiutare e a salvare i suoi amici.

Insomma, in questa stagione abbiamo ritrovato più che nella prima gli ingredienti che ci piacciono, confermando la convinzione che si tratti di una serie rivelazione, di cui non possiamo fare a meno.

Photo Credits: Netflix