Suburbicon, il nuovo film da regista di George Clooney, al cinema dal 6 dicembre. Nel cast Julianne Moore, Matt Damon e Oscar Isaac

Quando inizia Suburbicon e vedi quelle casette tutte uguali, quei praticelli dall’erba rasa e sintetica, quando senti il motore di un’auto in lontananza, probabilmente un’utilitaria uguale a tante altre nel quartiere, la memoria improvvisa ti spalanca cassetti e ti ripropone subito un Edward Mani di Forbice, con i suoi colori pastello e i mobili in formica, e in seconda battuta ti riporta nell’ordine bicolore di Pleasantville.

Cos’hanno in comune questi film, girati negli ultimi 30 anni?

Hanno la denuncia di Hollywood nei confronti di quel sogno americano, tutto status symbol e apparenza, che ha plasmato generazioni di “mostri”, esseri umani inconsapevoli ed egocentrati.

Come i protagonisti della sesta opera da regista di George Clooney, la famiglia Lodge, un concentrato della deriva individualista e amorale americana degli anni del boom economico, quando era scandaloso non stirare con l’appretto. E negli armadi si accumulavano gli scheletri.

I Lodge da una parte, intenti a gestire artisticamente una faccenda intrinseca di maschere e tradimenti, e i Meyers, una coppia afroamericana che ha l’ardire di trasferirsi in quel brioso sobborgo borghese. Un trasloco che scuote la tranquilla comunità del quartiere, indignata per i colori dei nuovi vicini, preoccupata perché il valore della villetta da sogno americano subirebbe un crollo.

Bianchi da una parte, neri dall’altra, in una sorta di partita a dama che porta alla ribalta il tema del razzismo, argomento delicato in una fase USA in cui da mesi ci si indica come “gli altri” e si inneggiano costruzioni di muri.

Clooney pensa a questo film non appena Donald Trump entra alla Casa Bianca e mette il suo sigillo alle politiche statunitensi in fatto di immigrazione. Pensa a questo film ripescando una sceneggiatura originale scritta dai fratelli Coen nel 1999, una sorta di commedia noir con personaggi assurdamente incapaci di interpretare e decidere della propria vita.

Fiction che racconta la verità, la storia. Perché i Meyers e quello che hanno subìto decidendo di trasferirsi, sono realmente esistiti e sono diventati simbolo della resistenza ai rigurgiti razzisti di un’America, e di un Occidente, incapace di maturare.

I Meyers, Rosa Parks, Ruby (la prima bambina nera a iscriversi in una scuola per bianchi). Quando ci diciamo che prima si stava meglio, che i valori erano più genuini e ingenui, ecco, magari non ci ricordiamo esattamente come fosse quel prima. E Suburbicon ce la presenta, senza sconti.

I Meyers conoscono il comitato di benvenuto fatto di cori razzisti, croci bruciate e bandiere confederate, i Lodge si trovano corrosi di quella patina perbenista di cui si sono verniciati, tutti protagonisti di un faccia a faccia catartico. La famiglia è composta dal padre Gardner (Matt Damon), dalla moglie Rose (Julianne Moore) sulla sedia a rotelle a seguito di un incidente automobilistico per il quale incolpa il marito, e il figlio Nicky (Noah Jupe). Al terzetto si aggiunge la sorella gemella di Rose, Margaret (sempre interpretata in maniera inquitante dalla Moore), accorsa in famiglia per dare una mano. Il mondo perfetto deflagra una notte, quando due ladri entrano nella loro villetta, narcotizza tutti gli abitanti con il cloroformio, e li deruba. Nel frattempo, Rose, muore.

Colpa del cloroformio, dicono Gardner e Margaret. Peccato che la storia non convinca l’assicuratore (uno splendido Oscar Isaac) che si deve occupare di risarcire la famiglia in lutto.

Una pellicola particolare, quella di Clooney, composta da diversi piani di comunicazione, dotata di eterogenei punti di vista nei quali immedesimarsi. Come quello del piccolo Nicky che perde la madre e si trova da solo a gestire il suo dolore, mentre padre e zia sono in altre bizzarre faccende affaccendate. Un personaggio che non passa inosservato e che brilla anche grazie al dualismo con lo zio Mitch (Gary Basaraba), il solo adulto che gli presta attenzione e che prova ad alleggerirgli la vita.

Suburbicon, presentato al 74° Mostra del Cinema di Venezia, ai titoli di coda regala domande senza risposta e la sensazione di aver visto un film cattivo e arrabbiato, che prende una posizione precisa su chi ha ragione, tra chi vuole i muri e chi li osteggia: chi li abbatte.

 

Photo Credits: 01 Distribution