E’ arrivato il 7 settembre distribuito da Koch Media l’atteso horror The Devil’s Candy (2015), già presentato alla 33ma edizione del Torino Film Festival. L’opera è il secondo lungometraggio scritto e diretto dall’australiano Sean Byrne dopo l’acclamato The Loved Ones del 2009: già dal film d’esordio si poteva denotare il talento non comune di Byrne sia per il visivo – in primis l’uso del colore – che per il narrato disturbante e mai banale.

Horror e heavy metal sono da sempre binomio azzeccato, anche se in molti casi le opere in oggetto si sono rivelate più che altro grandi occasioni perdute (un esempio su tutti è Morte a 33 giri, del 1986). L’abilità di Byrne in questa sede è di utilizzare la musica non solo in modo funzionale al narrato ma soprattutto come elemento vero e proprio del plot: la passione per il metallo pesante è infatti ciò che accomuna: nella famiglia Hellman (nomen omen), il papà Jesse (l’habituè horror Ethan Embry) e la figlia adolescente Zooey (una notevole Kiara Glasco), il cui rapporto affettuosamente complice è messo in scena con energia ed efficacia. La mamma/moglie Astrid, sorta di hippie contemporanea, nonostante i gusti non conformi a quelli di consorte e figlia, è perfettamente integrata nel nucleo famigliare. In un certo senso, The Devil’s Candy è un family movie ma in un modo tutto suo, senza stereotipi e risultando vero e genuino. Jesse è un pittore, che per campare realizza opere su commissione ben lontane da ciò che vorrebbe realmente mettere su tela. La famigliola trova casa nelle campagne del Texas e decide di stipulare il solito “ottimo affare con fregatura”, ossia l’acquisto di una grande casa a prezzo stracciato in cui è avvenuto, come da manuale, un orribile fatto di sangue.

Nella magione, infatti, abitava il killer Ray Smilie (perfetto Pruitt Taylor Vince) che non tarderà a farsi vivo: villain magnifico e indimenticabile, che suscita al tempo stesso paura e pietà, tenta più volte di tornare in quella che per lui è ancora “la sua casa”. Il cotè satanico del film è sottile, non urlato e perfettamente congegnato: il cambiamento di Jesse è graduale e la presenza del Maligno è rappresentata da un semplice, agghiacciante accordo che permane in testa anche dopo la visione. 

L’orrore in The Devil’s Candy, sebbene non manchi di una forte componente gore, in special modo nel finale, è più che altro suggerito, scorre sottopelle ed è in crescendo. Byrne come già accennato lavora moltissimo sia sulle immagini che sul colore – il rosso è predominante – con alcuni momenti realmente iconici, utilizzando i simboli in modo inedito e intelligente. La sceneggiatura è robusta, tranne che per la parte finale in cui una maggior coerenza avrebbe giovato.

Impreziosito da una colonna sonora heavy metal da urlo, da buone perfomances e da un villain come ce ne sono pochi, The Devil’s Candy è film da vedere e rivedere, gustandone le sfumature, le sottigliezze, i dettagli.

A cura di Chiara Pani
Photo Credits: Midnight Factory