Il regalo di Natale che 20th Century Fox mette sotto l’albero dei suoi spettatori è The Greatest Showman, musical biopic interpretato da Hugh Jackman, Zac Efron, Zendaya, Michelle Williams e Rebecca Ferguson.

The Greatest Showman segna l’esordio alla regia di un lungometraggio di Michael Gracey e uscirà nelle nostre sale proprio il 25 dicembre.

La storia portata sul grande schermo dal regista esordiente è quella di Phineas Taylor Barnum (Hugh Jackman), l’uomo che inventò il circo, lo Show Business e il suo tendone itinerante e mise in piedi un grande spettacolo dal vivo composto principalmente da artisti di strada e da personaggi stravaganti, in poche parole dagli emarginati della società (le freak, c’est chic).

Siamo nell’Ottocento, Barnum è un giovane di umili origini (è il figlio di un sarto) ed è innamorato di Charity (Michelle Williams), ovviamente ragazza borghese. Nell’eterna lotta tra classi e contro il volere dei genitori della fanciulla, l’amore sboccia nei primi minuti della pellicola. Minuti su cui mi soffermerei per due motivi: sono veloci (forse troppo), ricordano più un numero teatrale che una scena cinematografica e nel presentare il personaggio di Hugh Jackman da piccolo sembrano molto simili a “La Mia Vera Storia” di Aladdin. Dopo il matrimonio della coppia, sulle note di “A Million Dreams“, Gracey fa volteggiare i protagonisti in un passo a due sui tetti della città, tra nebbia, luci e stelle: un chiaro riferimento all’Elephant Love Medley di Moulin Rouge!.

Il fatto che in un film ci siano omaggi non fa che aumentare il livello e conferisce all’opera un valore aggiunto, ma cosa vogliono davvero raccontarci gli screenwriter? Se da una parte lo stesso Gracey conferma che il film si ispira a Freaks di Tod Browning del 1932, dall’altra parte, la più evidente, questi fenomeni da baraccone (i freaks, appunto) non vengono trattati come avrei voluto. Stando alle parole del regista e dei protagonisti durante il tour promozionale, The Greatest Showman dovrebbe parlare di diversità e della specialità di essere tali ma, colpa di una scrittura confusa e di un protagonista ambiguo, il tema viene affrontato come il più classico dei cliché.

Vien da pensare che Bill Condon, reduce dal live action de La Bella e La Bestia, film amato dal pubblico ma poco adorato da critica e da disneyani affezionati all’originale, sia scivolato, questa volta, sulla buccia di una banana, scrivendo insieme a Jenny Bicks una sceneggiatura frenetica, non del tutto convincente, con dialoghi banali e poco caratterizzanti.

Ciò che ho appena detto mi provoca grande dispiacere perchè, a dirla tutta, chi vi scrive ama il musical più di qualsiasi altro genere e, avendo ancora la memoria contaminata dai magici giri di valzer di Emma Stone e Ryan Gosling in La La Land, le speranze di vedere un altro capolavoro sullo schermo c’erano tutte. Se con La La Land Damien Chazelle aveva citato musical del passato con immagini quasi affrescate sul grande schermo, alternando una straordinaria colonna sonora a una storia sublimamente recitata e sceneggiata, The Greatest Showman può essere considerato un prodotto di intrattenimento, ma non il “più grande”, come citato nel titolo, e non all’altezza del film appena segnalato.

Ritornando alla soundtrack, qui le vostre orecchie ne gioveranno perchè le canzoni e i numeri musicali sono eccellenti, hanno un gusto pop, sono orecchiabili e rimangono subito impressi nella mente (non a caso gli autori sono Benji Pasek & Justin Paul).

In particolar modo il tema principale This is me, cantato dalla straordinaria e acutissima voce di Keala Settle, qui interprete della donna barbuta – sempre piaciuta – che guida i suoi compagni d’avventura gridando alla società borghese e bigotta (spettatori compresi) che c’è un posto nel mondo per quelli come lei. L’essenza di The Greatest Showman, in fondo, è tutta nel testo di questa canzone: “Nessuno ti amerà mai così come sei” (No one’ll love you as you are), direbbe uno stolto, ma Keala non ci sta e risponde: “Sono coraggiosa, sono ferita, sono quella che dovrei essere, SONO IO” (I am brave, I am bruised, I am who I’m meant to be, this is me).

L’intenzione c’è e c’è anche vita in questi personaggi, ma non c’è tempo per provare dei sentimenti perché tutto scorre sullo schermo con velocità supersonica.

Hugh Jackman è chiaramente adatto ad un ruolo di questo tipo, ma P.T. Barnum è un uomo indefinito: combattuto tra sogni e presunzioni, rischia a volte di essere più un antagonista che un protagonista. Nulla da ridire invece sulla voce dell’attore di Logan, possente ed energica.

Ritorna dopo diversi anni al musical Zac Efron, fresco e particolarmente affascinante, è forse il personaggio migliore grazie alla sua redenzione e al suo cambiamento. Complice un bellissimo duetto con Zendaya (buona prova anche la sua) tra acrobazie, trapezio e arditi volteggi acrobatici, emoziona e diverte.

Adorabili anche le figlie di P.T. Barnum e Charity, le quali hanno un peso notevole nello sviluppo e nell’economia di The Greatest Showman, così come la loro madre, Michelle Williams, la cui voce ed esperienza musicale non erano (almeno per me) cosa nota.

Va dato, in conclusione, un incoraggiamento a Gracey: nel suo essere acerbo, strizza l’occhio a giornalisti e recensori, inserendo nella pellicola un critico teatrale algido e imperturbabile, un “professionista” del settore che non sa ridere e non prova emozioni (“Un critico cinematografico che non si diverte al cinema. Chi è l’imbroglione?”, afferma P.T. Barnum).

Qua non si vuole categoricamente aspirare a cotanta indifferenza e, nonostante abbia descritto dei difetti PER ME evidenti e difficilmente occultabili, The Greatest Showman è comunque un bello spettacolo (non-il-più-bello), che ammalia con la sua musica, le sue ricche scenografie ottocentesche, la sua fotografia sgargiante e un cast di prim’ordine. Al regista lascerei un Post-it® sulla scrivania: Morandi, Ruggeri e Tozzi cantavano “Si può fare di più”. E io sono certa che si potrà fare molto di più…la prossima volta.

Photo Credits: 20th Century Fox