“Perlomeno ho avuto un giorno di speranza.
Molto più di quanto abbia avuto negli ultimi tempi”.

 Mildred Hayes

La perfezione oggettiva di un’opera cinematografica dipende principalmente dalla capacità di costruire una storia, svilupparla a tutto tondo, dipingere e descrivere i personaggi, intessere la trama con dialoghi caratterizzanti e aggiungere l’ambientazione che serva da cornice al racconto. Questi aspetti costituiranno così una sceneggiatura che accompagnerà lo spettatore nella tanto agognata esperienza cinematografica.

Quello che sono chiamata a recensire oggi è un film che arriva dal regista di “In Bruges – La coscienza dell’assassino”, Martin McDonagh, ed è Three Billboards Outside Ebbing, Missouri. La premessa a inizio articolo vi è utile per comprendere quanto tecnicamente e narrativamente sia ineccepibile quest’opera.

Presentato in anteprima mondiale alla 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri – che in italiano sarà Tre Manifesti a Ebbing, Missouri – è un thriller drammatico che non disdegna le sfumature humor e l’ambientazione western.

Quella che definiremmo oggi una dramedy – ovvero una pellicola nella quale dramma e commedia si incontrano a metà strada – è ciò che McDonagh mette in scena, raccontando una storia disperata di vendetta, redenzione, umanità e sensi di colpa senza mai dimenticare una buona dose di umorismo. E lo fa utilizzando uno stile e una narrazione che rasentano la perfezione facendosi aiutare da attori di prim’ordine.

Furiosa perché la polizia non ha catturato il killer di sua figlia, Mildred Hayes (interpretata da una gigantesca Frances McDormand) compra tre cartelloni pubblicitari in una strada secondaria di Ebbing da usare per incitare i poliziotti all’azione. Mildred nutre rancore soprattutto nei confronti dello Sceriffo Bill Willoughby (un altrettanto perfetto Woody Harrelson), ma l’uomo, malato terminale e logorato dal senso di colpa, è più preoccupato del modo in cui dirà addio ai suoi cari. Nel cast anche uno straripante Sam Rockwell, forse la performance migliore di un’intera carriera, nei panni del singolare e violento Agente Dixon.

Martin McDonagh, che ha scritto e diretto il film da un’idea originale, porta sullo schermo una sceneggiatura che può essere considerata quasi un pezzo di letteratura. Complice un cast dal talento atomico, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri dimostra che per fare un grande cinema non basta sedersi e filmare il mondo di oggi che va alla deriva, per fare il grande cinema bisogna credere nella forza del dialogo, soprattutto quando è necessario far interagire personaggi in guerra tra loro.

Al centro della storia il conflitto tra due persone che a modo loro hanno ragione: da una parte la madre coraggio di Frances McDormand, dall’altra Woody Harrelson, immenso esempio di umanità sotto il distintivo da capo della polizia. Entrambi i personaggi, in fondo, sono persone per bene. Quella rappresentata da McDonagh è dunque un’apparente guerra impossibile ma è a metà film che questo conflitto sembra raggiungere una tregua, dando spazio all’indulgenza.

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri è ricco di battute esilaranti che hanno ricevuto applausi sia durante le proiezioni stampa veneziane sia da parte del pubblico. McDonagh si è servito di poche frasi per descrivere i personaggi in maniera tridimensionale creando empatia anche nei confronti di chi, stupido e superficiale, è l’emblema dell’aggressività. Ad incarnare il “male” è il personaggio di Sam Rockwell. Jason Dixon è un ridicolo poliziotto, provinciale, confuso e soprattutto ottuso. Ma se state pensato che la sua figura sia vagamente vicina allo stereotipo di razzista e omofobo di cui sono composte il 90% delle pellicole americane, vi sbagliate di grosso: complice una scrittura degna di un premio Oscar, McDonagh si serve dei problemi che affliggono l’umanità per costruire un personaggio pieno di insicurezze ma che potrà vivere una redenzione in 120 minuti.

Ad essere protagonista, ancora una volta, è la provincia americana: Ebbing – che in realtà non esiste – è una cittadina del Missouri, non una metropoli. Apparentemente incorruttibile e virtuosa, cela al suo interno ignoranza, discriminazione e crimini efferati risultando lo specchio di una società ben più grande. Ebbing è un luogo affascinante ma anche claustrofobico, una cittadina rurale dove tutti conoscono la vita degli altri e anche i loro segreti. Completano l’opera una fotografia démodé sempre perfettamente coordinata ai toni noir del film e alla sua colonna sonora a volte western.

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri è un’altalena di emozioni: si ride, si piange e si impreca; è una forma di realismo magico che si fonde con il gotico americano. Sorretto da una narrazione originale e ricca di eventi lo spettatore arriverà a credere nella forza dell’umanità mosso da commozione, divertimento e rabbia.

Avanti tutta fino agli Oscar e ricordate che Tre Manifesti a Ebbing, Missouri uscirà nei nostri cinema l’11 gennaio 2018.

Condividi l'articolo

CHIUDI
CLOSE
shares